“Puliciclone”, i 70 anni del bomber col cuore Toro

Oggi il compleanno dell’attaccante che nella stagione 1975-76 trascinò i granata all’ultimo scudetto
TORINO. Oggi Paolo Pulici spegnerà 70 candeline. La quarantena che sta bloccando l’Italia per il coronavirus impedirà ai compagni di partecipare alla festa del bomber dell’ultimo scudetto del Torino che nel campionato 1975-76 riuscì a strappare il tricolore alla Juve. E non potranno esserci neanche gli altri ex granata che gli sono stati a fianco nei quindici anni trascorsi all’ombra della Mole, indossando la maglia con il toro rampante. Una maglia che, come si evince dalle parole di Puliciclone - a coniare il soprannome fu Gianni Brera - era diventata come una seconda pelle. «L’unico rammarico della mia carriera è quello di non aver potuto concluderla con la maglia del Toro», racconta Paolino Pulici. «Per la dirigenza a 32 anni ero giudicato troppo vecchio per continuare a giocare nel Toro, anche se al mio posto presero un altro attaccante (Selvaggi, ndc) che ne aveva quasi 30». La carriera di Pulici, iniziata nel Legnano, è terminata con le maglie di Udinese e Fiorentina (oltre 500 gare più le 19 in azzurro), ma è nel lungo periodo trascorso al Toro che è diventato Pupi gol - nel suo palmares, oltre allo scudetto, due Coppe Italia, tre titoli di capocannoniere, 172 gol in granata nessuno come lui - formando insieme a Ciccio Graziani la memorabile coppia ribattezzata “i gemelli del gol”.
«Rispetto a me, Francesco faceva più movimento e per questo talvolta perdeva un po’ di lucidità sotto porta. Per quanto riguarda il sottoscritto, in pratica mi era proibito oltrepassare all’indietro la linea di metà campo, perché il mio compito era quello di essere implacabile in zona gol. Per questo, a chi mi domanda se mi rivedo in Andrea Belotti, rispondo che il Gallo, per il suo modo di giocare generoso, ha più analogie con Ciccio che con me». Sull’ipotesi di riprendere il campionato, Pulici ha le idee chiare: «Se si dovesse riprendere, sarebbe più che altro per ragioni economiche».
Prima dello stop forzato a causa del coronavirus, il Torino aveva inanellato una serie di risultati negativi, perdendo sei partire consecutive, compresa la Coppa Italia. «È una situazione difficile da decifrare dall’esterno. Il Toro aveva iniziato la stagione con degli obiettivi ambiziosi, ma forse poi si è rotto qualcosa all’interno della squadra. Ma se devo essere sincero, seguo poco le partire del campionato italiano, perché trovo il calcio di oggi lento e noioso, prevalgono il tatticismo e la paura di perdere, diversamente da quanto avviene in altri campionati, come quello inglese. Pensare che ai temi in cui giocavo, alcuni allenatori, come Rocco o Trapattoni, venivano etichettati come dei difensivisti, quando invece le loro squadre creavano 40-50 azioni da gol in ogni partita». Pochi giorni dopo il compleanno di Pulici ci sarà, per il popolo granata, un’altra ricorrenza importante, il 4 maggio, anniversario della tragedia di Superga, che quest’anno si svolgerà, causa forza maggiore, senza la partecipazione della squadra e dei tifosi. «Sin da subito mi sono reso conto che il Toro era diverso e questa particolarità era dovuta a quella grande squadra, che se fosse scampata all’incidente, avrebbe potuto vincere ancora tanto. Quando in campo le cose si mettevano male, il nostro allenatore ci diceva: «Guardate che da lassù vi stanno guardando».
Italo Presti

