Rabottini: io all’inferno per una fiala di doping

Il ciclista pescarese squalificato fino a maggio racconta il suo dramma: «Abbandonato da tutti»
PESCARA. «Nessuno glielo impone a un corridore di prendere il doping, è lui che cerca sempre qualcosa di più. E così arriva un giorno in cui qualcuno ti si avvicina, “c’è questa Epo nuova, che non si trova, fa miracoli”, e invece questa Epo ha distrutto tutto». Rompe il silenzio così il ciclista Matteo Rabottini, pescarese di 28 anni, squalificato due anni per doping fino al prossimo 6 maggio. In un’intervista alla Gazzetta dello Sport, Rabottini, figlio di Luciano, gregario di Moser, racconta l’inferno in cui è precipitato a causa di una fiala di eritropoietina pagata 300 euro. Gli è rimasta una sola bicicletta e si allena con quella per tornare a correre.
Quella fiala doveva essere un nuovo inizio per Rabottini che, dopo due vittorie da professionista di cui una al Giro d’Italia del 2012, era finito in periodo di stallo: «È stato un ex professionista dell’Est, più vecchio di me, a darmi l’Epo. Ho fatto il nome alla Procura antidoping del Coni, hanno secretato il verbale, i carabinieri hanno indagato. Ci siamo incontrati per strada», racconta, «ho comprato una fiala di Epo da 5000 unità, una siringa, era sigillata, ho pagato 300 euro. Sono andato a casa, l’ho messa nel frigorifero. Ho fatto 500 unità quel giorno, era il 3 agosto, e 500 il giorno dopo, direttamente in vena, nel braccio. Era un mondo nuovo per me, ma in quei momenti non ti fa paura niente». Rabottini rivela perché ha ceduto al doping: «Dopo il 2012 e la tappa al Giro, non ero più riuscito a tornare a quei livelli. Non andavo». È stato un controllo a sorpresa a far scoprire tutto: «Il 7 agosto dormivo, a casa, quando hanno bussato per un controllo a sorpresa. Quando gli ispettori suonano, ti fa sempre una brutta impressione. Ma ero tranquillo, perché me l’avevano venduta come qualcosa che non si trova. Alle 7,40 il sangue, poi le urine. Alle 8,46 sono andati via. Ma da allora non dormivo più la notte. Ti vengono mille pensieri, ti fai mille domande e non hai risposte. Finché la risposta arriva, sì. Il 12 settembre, prima l’email e poi una telefonata dell’Uci. Ero con mio figlio a guardare i cartoni animati, l’email non l’avevo vista. Erano le 17,30. Quel giorno la mia vita è finita, e sono entrato nell'inferno». Significa rimanere solo: «Non ho più nessuno. Mi hanno abbandonato tutti. Quando c’è stata la notizia della positività, papà l’ha presa malissimo. Da allora, lui e mamma non mi parlano più. Se n’è andata anche la mia compagna con mio figlio Diego. Nessuno. Ti dicono che il tempo aggiusta tutto, ma non è così». L’unico che si fa sentire ancora è nonno Guido: «Mi è rimasto solo lui, mi chiama e mi fa piacere perché non vengo sempre e solo additato per i miei sbagli. Quando passi da avere niente a tutto, ti abitui subito. Da tutto a niente, è dura». Ora, Rabottini dovrà pagare 91 mila euro di multa all’Uci: «Ho venduto la macchina, ho dato via tutto. Devo pagare 91 mila euro di multa all’Uci per la positività, il 70% dello stipendio (130 mila euro), e devo pagarli per avere la tessera da corridore. Farò un mutuo». Poi, l’appello ai giovani: «Io so che cos’è l’inferno. Non fate il mio errore».
©RIPRODUZIONE RISERVATA

