Ravanelli e una vita per il gol: «Che gioia la Champions con Vialli»

L’ex bomber della Juve sarà premiato al festival Terrazza d’Abruzzo di Guardiagrele: «Di Francesco è stato mio compagno di squadra a Perugia e mi parlava sempre del mare di Pescara»
PESCARA. All’Abruzzo lo legano vecchie amicizie, un gol segnato all’Adriatico, la carriera di un nipote e, da domani sera, il premio nazionale Terrazza d’Abruzzo, sezione “Stelle del calcio”, che riceverà in piazza a Guardiagrele in occasione della 5ª edizione del festival organizzato dal Centro studi Sport & Valori. Fabrizio Ravanelli, l’amatissimo bomber Penna Bianca, dopo una carriera costellata di reti memorabili e trofei, è attesissimo dai tifosi juventini di tutte le età. Ma anche da tutti gli amanti del calcio, nostalgici e non.
Cosa fa oggi nella vita?
«Negli ultimi due anni ho fatto anni il dirigente a Marsiglia, sono stato il consigliere del presidente Richard. Oggi sono tornato a fare l’ambasciatore della Juventus con la squadra Legends, lavoro in tv e con alcuni podcast. Ad agosto andrò in tournée con la Juve in Australia. La passione per il calcio non passa mai».
Domani sarà in Abruzzo: che rapporto ha con la nostra terra?
«Sono molto felice di ricevere questo premio, non vedo l’ora di essere lì e vivere una bella serata, con tanta gente in piazza. La regione l’ho visitata poche volte, ci sono stato solo da calciatore. Ho giocato con Eusebio Di Francesco a Perugia. Parlavo spesso con lui di Pescara e del mare, gli avevo promesso una visita ma non ho mai avuto modo di fermarmi».
Suo nipote Giammarco, 26 anni, è reduce da una stagione a Celano, ma ha vestito anche le maglie di Vastese, Giulianova, L’Aquila e Cupello.
«Non ho avuto mai la possibilità di venire a vederlo. Ho tre figli che giocano a calcio e quando riesco seguo loro. Luca ha 31 anni, Mattia 26 e Carlo 20. Giocano tutti nei dilettanti qui in Umbria»
La sua storia è legata in modo indissolubile a Perugia e al Perugia, che lo ha scelto come testimonial delle nuove maglie 2026/2027.
«La società mi ha cercato e ho dato disponibilità. Essendo nato a Perugia, vivendo in città ed essendo cresciuto calcisticamente qui, non potevo dire di no. Questa sarà casa mia per sempre. In questa società ho preso il volo verso il professionismo: mi ha cambiato la vita...».
Il ricordo più forte e nitido della sua esperienza con la maglia del Grifone?
«L’esordio rimane sempre qualcosa di emozionante. Ma ho tanti bei ricordi. Come il titolo di capocannoniere e recordman con 23 gol in C. O l’ultima stagione della carriera in serie A, da capitano, facendo gol alla “mia” Juventus. Un’esperienza incredibile. Da lì sono partito e lì ho chiuso il cerchio: tutto molto bello».
Perugia e Pescara erano due big del calcio di provincia italiano, ma oggi sono accomunate da un presente meno entusiasmante: la serie C.
«Credo che Perugia e Pescara siano due grandi realtà che devono ritrovare identità e senso di appartenenza. Devono ricostruire le società e fare una programmazione seria, puntando sui giovani e trascinando l’imprenditoria locale e la città a seguire la squadra. Senza queste basi, tutto è più complicato. Urge programmare senza fare voli pindarici: bisogna costruire una mentalità per tornare in alto».
Secondo lei in giro ci sono ancora attaccanti di razza come Ravanelli o come l’indimenticabile Luca Vialli?
«No. Non ci sono più attaccanti totali, capaci di difendere, attaccare e sacrificarsi per la squadra. Oggi si fa fatica a crescere ragazzi con spirito e amore per il calcio. Nei vivai non c’è professionalità. Manca la necessaria conoscenza, gli istruttori spesso sono arrivisti, pensano a loro stessi, non hanno l’amore che serve per far crescere i ragazzi. Abbiamo problematiche enormi. E raramente si premia il giocatore più bravo. Ma potremmo parlarne per giorni...».
Ci sono attaccanti giovani che le piacciono?
«Sì, Pio Esposito, ad esempio. È molto bravo e sta vivendo una crescita incredibile. Ma anche in C e in B ci sono talenti. Bisogna saperli scovare e poi dargli fiducia. Anche chi gioca nelle serie inferiori ha talento: l’importante è crederci e non sentirsi mai arrivati».
Lei e Vialli una coppia straordinaria, non a caso i vincitori dell’ultima Champions della Juventus: è stato quello il momento più alto della sua carriera?
«Ho vissuto anni fantastici, dal ‘92 al 2003: undici stagioni in cui tutto mi riusciva, ho vinto tanti trofei, campionati e coppe. La Champions è il più importante, il più ambito. Alzarla giocando una finale da protagonista, e facendo gol, è stato il massimo».
L’Europa le ha portato sempre fortuna: è l’unico calciatore della storia juventina ad aver segnato 5 gol in una solo partita di Coppa (Uefa) contro il Cska Sofia nel 1994.
«Già... (ride, ndc). Un’esperienza bellissima, ero appena arrivato e ho potuto vincere subito la Coppa Uefa».
Ha segnato anche all’Adriatico contro il Pescara nel 1993. Ma forse non è uno dei suoi più bei ricordi...
«Sì, ero in campo in quel 5 a 1 per il Pescara. Noi eravamo in vacanza, l’avevamo presa talmente tanto come una scampagnata che la società ci multò. La settimana dopo vincemmo nettamente sulla Lazio per farci perdonare».
Ha giocato anche in Francia e in Inghilterra: Ligue1 e Premier hanno qualcosa in più rispetto alla serie A?
«Il campionato inglese è il più difficile al mondo, il più spettacolare per ritmo, presenza di grandi campioni e fisicità fuori dalla norma. La Ligue1 somiglia alla A, ma è più fisica e veloce. In Italia si gioca il calcio più lento di tutta Europa. C’è meno qualità, troppo tatticismo, non si vedono più partite spettacolari come una volta. In Spagna o in Germania c’è meno speculazione e si vedono più gol».
Della Nazionale cosa dice? Ci manca il talento per competere a livello mondiale oppure c’è qualcosa che non va nel sistema?
«Ho già risposto prima. Il problema inizia nei settori giovanili, ma ci sono tante situazioni da analizzare. Vinciamo con le Under, poi quei ragazzi non arrivano... Ci vorrebbero riforme per far giocare più italiani nei nostri campionati. Tenere Baldini come ct? Non so, è difficile dare consigli a Maldini e Leonardo, che conoscono il calcio come le loro tasche. Faranno una scelta ponderata, anche perché prima abbiamo visto solo disastri».
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