Repetto: da Rosati a Oddo ecco le chiavi del successo

22 Aprile 2016

L’ex capitano: «Arrivai qui a 22 anni e con la città fu amore a prima vista»

PESCARA. Il Pescara fa 80 anni, buona parte della storia Giorgio Repetto l’ha vissuta da protagonista. Tre promozioni, capitano, ora direttore generale, ecco i ricordi dei suoi 41 anni da biancoazzurro. L’arrivo nel 1975. «Avevo 22 anni quando arrivai in Abruzzo. Andammo in ritiro a Santa Vittoria, poi a Ferragosto tutti in libertà ma io, al contrario degli altri che tornavano a casa, preferii fermarmi a Pescara e cominciai a scoprire una città che poi non avrei più lasciato. Sì, fu amore a prima vista, Pescara mi diede subito un senso di libertà, era bella e tutta da vivere».

Tom Rosati e Rapino. «Tom aveva una capacità di aggregazione eccezionale, comandava ma come lo può fare un compagno più grande e certo non a caso, per gli allenamenti, si spogliava assieme a noi. I suoi siparietti col massaggiatore Italo Rapino erano fantastici, da morire dal ridere. E quella squadra che Tom aveva costruito certo gettò le basi per i successi che sarebbero arrivati qualche anno dopo. Partimmo alla grande, storica la trasferta di Reggio Emilia, quando vidi per la prima volta l’esodo in massa dei tifosi biancoazzurri. L’entusiasmo si spense dopo la sconfitta di Piacenza e finimmo a metà classifica ma l’impressione era che avevamo cominciato a costruire qualcosa di importante».

Cadè, che spettacolo. «La stagione successiva fu quella del boom. Se con Rosati eravamo stati bravi soprattutto a far giocare poco gli avversari, sfruttando anche la notevole esperienza del tecnico, con Cadè provammo a imporre la nostra capacità di manovra. Ci chiese di essere squadra sfruttando al massimo le individualità. Un grande tecnico, sul piano tattico era avanti di venti anni. La svolta dopo la trasferta di Brescia quando, con Di Somma out, Cadè decise di far giocare Galbiati, un mediano, nel ruolo di libero. Trovammo un equilibrio perfetto in campo, io e Orazi a curare soprattutto la fase difensiva, Galbiati che avanzava assieme a Mosti o Santucci, la spinta di Zucchini, le magie di Nobili col suo sinistro».

Il gol di Vicenza. «Di gol ne ho fatti pochi ma quello di Vicenza fu veramente speciale. Poco prima di quell’azione mi ero infortunato, una distorsione al ginocchio, ma non volli uscire. Partii in contropiede, quando vidi che le nostre punte erano in fuorigioco, fui costretto ad andare avanti palla al piede, una corsa di 50-60 metri e poi il pallonetto col quale riuscii a battere Galli in uscita. Quella partita la ricordo pure per l’esordio di Marco Masoni e Peppe Donatelli, due ragazzi della Primavera, a conferma che Pescara ha sempre sfornato giocatori di ottimo livello. Marco, in particolare, avrebbe potuto fare una grande carriera, il destino glielo ha negato».

Caldora e Marinelli. «La stagione della prima promozione in A partimmo male, dopo una sconfitta pesante ad Avellino fummo convocati in sede dal presidente, temevamo una strigliata e invece lui ci offrì una bottiglia di champagne a testa proprio per farci capire che avevamo ancora la piena fiducia della società. E un dirigente speciale fu Marinelli, sicuramente la persona più brava che un calciatore possa incontrare. Andrebbe clonato…».

I compagni di squadra. «Zucchini era l’atleta perfetto, faceva i 100 metri in 11 netti, saltava altissimo, era una forza della natura, un’immagine straordinaria per i tifosi. Poteva approfittarsene ma non lo ha mai fatto, proprio per questo l’ho rispettato e gli ho sempre voluto bene. Nobili aveva una tecnica eccezionale, il suo spunto sulla sinistra era sempre uguale ma nessuno riusciva a fermarlo, nemmeno con le tante randellate che gli davano sui polpacci».

Gli spareggi di Bologna. «Momenti fantastici, indimenticabili, ricordare il Dall’Ara stracolmo di tifosi pescaresi ancora oggi mi emoziona. La seconda volta col Monza, quando siamo usciti dal tunnel per entrare in campo ci fu un boato, mi venne la pelle d’oca, scappai di nuovo dentro. Difficile pure da raccontare. Poi non c’è stata quasi partita. Tra le squadre in cui ho giocato credo che quella sia stata la più forte, ma facemmo fatica a giocare da squadra. Un’altra storia con Di Michele centravanti tra Pavone e Cinquetti, un tridente fortissimo».

La serie A. «La prima volta giocammo un gran calcio ma non bastò per evitare la retrocessione. In casa passammo in vantaggio 7 volte raccogliendo solo 3 punti. Ci mancò l’esperienza ma facevamo anche fatica a concretizzare il gran volume di gioco. La seconda volta la A l’abbiamo persa ancor prima di cominciare il campionato visto che quella squadra, senza Zucchini, Motta, Andreuzza e Pavone, era più debole di quella che aveva conquistato la promozione. Quell’anno però ebbi la fortuna di conoscere Mario Tontodonati. Una grande persona, di un’umiltà incredibile pensando a quello che aveva dato in biancoazzurro».

L’Avellino e Carnevale. «Quell’anno in estate fui sul punto di passare al Milan. Mi voleva Giacomini, la società chiese un miliardo e non se ne fece nulla. Andai invece all’Avellino nel 1980, per 400 milioni. Agroppi voleva dare le dimissioni, Nobili mi disse che con me avremmo vinto anche quel campionato. Al Pescara quell’anno consigliai di prendere Carnevale, Cerone e Limido. Sarebbero costati 100 milioni ma non mi diedero retta».

Il ritorno con Rosati. Era l’estate dell’82, avevo giocato con la Cavese. Mi chiamò Tom e mi disse che dovevo andar con lui al Francavilla, mi avrebbero fatto un contratto di 4 o 5 anni. Gli dissi sì e il giorno dopo mi venne a prendere assieme a Prosperi che era il suo vice ma mi portò in via Campania dove c’era la sede del Pescara. Non riuscivo a capire e lui, serafico, mi disse: ieri ero l’allenatore del Francavilla, questa notte sono diventato allenatore dei biancoazzurri. Vincemmo il campionato alla grande con Filippo Galli, i gol di Massi e uno straordinario Giancarlo Tacchi. A 9 giornate dalla fine eravamo staccati di 6 punti dalle prime, come capitano feci un patto d’acciaio con la società: premi doppi in caso di promozione, nemmeno una lira se si restava in C. Tutti d’accordo e alla fine fu serie B».

Gli anni di Galeone e Zeman. «Li ho vissuti da tifoso e devo dire che mi sono divertito tantissimo. Ho rivisto finalmente la gente impazzire di gioia per una squadra giovane e con tanti ragazzi pescaresi in campo. La forza del Gale era anche di saper dare tranquillità al gruppo che guidava. E con Zeman poi è stato di nuovo spettacolo e serie A, con giocatori formidabili e una squadra capace di esprimere un calcio davvero stellare».

I provini di Verratti. «Nell’estate del 2002 ero osservatore del Chievo. Lo vidi a Manoppello e telefonai subito a Maurizio Costanzi, ora all’Atalanta: “Vieni subito giù”, gli dissi, “ho trovato il futuro Rivera”. Provò 4 volte di seguito col club veronese, poi Atalanta, Ascoli ma non ci fu verso. Lui all’epoca si allenava con l’Angolana, gli consigliai di andare col Pescara che così lo tesserò, praticamente gratis».

Il Pescara di oggi. «Da tre anni lavoro di nuovo per la mia squadra del cuore. Se faccio un primo bilancio posso ritenermi abbastanza soddisfatto avendo contribuito a tenere in ordine i conti della società con tanti giocatori importanti arrivati a costo zero. Massimo Oddo? Vedo come allena e guida la squadra, ha tante qualità che mi fanno pensare che possa fare questo mestiere ad alto livello…».

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