Righetti punge Spalletti: deve gestire se stesso

«È umorale, a volte si lascia andare. All’Inter ora serve il lavoro del tecnico»
PESCARA. Toh, chi si rivede! Ubaldo Righetti a Pescara. Una rimpatriata con i vecchi amici e un po’ di mare. E lo sguardo rivolto verso la serie A che commenta in radio e in televisione. L’ex difensore biancazzurro tra passato, presente e futuro, parlando di calcio ovviamente. Dei suoi ex compagni di squadra Ancelotti (alla Roma) e Allegri (al Pescara). E dei giallorossi di Eusebio Di Francesco.
Righetti, che cosa fa di bello a 55 anni?
«Lavoro con Teleradiostereo, una radio romana: quattro ore al giorno in diretta a parlare di calcio. E collaboro con Roma Channel».
In pratica, fa il giornalista. È passato dall’altra parte della barricata?
«Ho anche il patentino da pubblicista. Ho iniziato nel 2006 dopo l’ultima esperienza in panchina al Vittoria (C2), in Sicilia».
È una grande serie A come tutti dicono?
«Penso di sì, nel segno della Juventus».
Si lotterà solo per il secondo posto?
«Sembra di sì, ma anche la Juve dovrà lottare per il primo. Certo, avere Cristiano Ronaldo in squadra è un bel vantaggio per chi ha già vinto negli ultimi sette anni. Aumenta la qualità della squadra, non solo in campo. Lui vive di pressioni e, di conseguenza, le trasferisce. Chi sta con lui è sollecitato a dare di più. CR7 pretende molto da se stesso e dai compagni».
Dietro?
«Il Napoli ha cambiato poco e in più ha Ancelotti. De Laurentiis è stato un grande nell’andare a prendere Carlo. Lui valorizza tutta la squadra, non solo undici giocatori. A mio avviso, Ancelotti renderà il Napoli più competitivo anche a livello internazionale».
L’Inter è partita male.
«Ha investito molto, ma poi la sorpresa della prima giornata è stata la sconfitta con il Sassuolo. Per non parlare del pari col Torino. Non bastano i soldi. Il problema è la mentalità. Ora la squadra c’è, servono testa e organizzazione. Oltre che gestione del gruppo, equilibrio e un’impronta chiara. Ma in primis Spalletti dovrà gestire se stesso. Lui è un umorale, a volte si lascia andare».
L’Inter ha preso Nainggolan dalla Roma.
«A Roma è sempre stato un beniamino dei tifosi, al di là dei comportamenti. Il giocatore è forte».
Ha fatto discutere la sua cessione.
«A Roma non c’è equilibrio, ci si attacca al giocatore perché la squadra non vince. E a volte i giocatori se ne approfittano. Guardate la Juve, il tifoso digerisce più facilmente l’addio di Marchisio perché ha fiducia nella società che nel tempo ha dimostrato di fare sempre scelte oculate. E vincenti».
È così difficile fare calcio a Roma?
«È affascinante e particolare, per stare alla Roma devi essere forte mentalmente. Non c’è angolo della città in cui non si parli di calcio».
E la Roma quest’anno?
«Ho un rapporto stretto con Eusebio Di Francesco, il cui valore è sotto gli occhi di tutti. Ha il pregio di avere grande equilibrio, non si fa assorbire dalla piazza e dai suoi umori. Pensa solo al campo e a Trigoria. Se le cose funzionano nel centro sportivo è una buona base di partenza per tutta la squadra. Ora ha una rosa più profonda, ha più alternative di qualità».
Quali obiettivi?
«Deve valorizzare la rosa, fare risultati e cercare di vincere. Mica facile…».
Il Milan?
«È una squadra attrezzata, sicuramente più della passata stagione. E poi ha Higuain, non dimentichiamocelo».
L’Italia tornerà a primeggiare in Europa?
«Garanzie non ce ne sono, contano i particolari e soprattutto come arrivi a febbraio-marzo».
Com’è cambiato il calcio rispetto ai suoi tempi, anni Ottanta-Novanta?
«Praticamente tutto, nella comunicazione, negli allenamenti e negli atteggiamenti. È un calcio più fisico, più veloce. Non so se è cambiato in meglio o in peggio, ma è diverso».
Quali amici sono rimasti nel mondo del calcio?
«Bruno Conti, Max Allegri e Massara. Ma in questi giorni ho rivisto anche Felice Mancini e Antonio Martorella. Sono andato a trovare Andrea Camplone».
Il miglior allenatore?
«Quello che vince».
Quindi Allegri?
«È un dato di fatto. Magari non piace, ma è così. Dicono che la Juve non ha gioco, ma la verità è che ha la qualità delle giocate. Che fa la differenza».
Siete stati compagni di squadra a Pescara, se lo aspettava a grandi livelli in panchina?
«Ho giocato con lui e Ancelotti, entrambi hanno mantenuto e sviluppato le caratteristiche che avevano da calciatori. Carlo ha una calma spaziale, la capacità di soffrire e di gestire gli uomini. Max è un intuitivo, ricordo come se fosse oggi le discussioni con Galeone. Si dibatteva sempre per trovare una soluzione ai problemi della squadra, mai del singolo. Max è geniale, ha il pregio di seguire il suo intuito e di fare le cose semplici e quindi più difficili».
Gli allenatori più bravi che ha avuto?
«Galeone e Liedholm».
Come è arrivato a Pescara?
«Nel 1990, ero all’Udinese. Mi volle Mazzone che avevo avuto a Lecce. Non pensavo di dover scendere in serie B. Ero scettico. Però, risposi all’invito della società e venni in città a parlare. Quando arrivai e dall’Asse attrezzato vidi il mare e il porto mi convinsi a firmare».
Altri tempi?
«Pescara era ed è bellissima. C’è un’atmosfera magica che resiste nel tempo. Io sono innamorato di questa città e credo che prima o poi tornerò a vivere qui».
Un’immagine del suo rapporto con la città?
«Il riscaldamento prima della partita. Lo chiudevo sempre gettando i palloni in curva. La società mi rimproverava sempre. C’era un gran rapporto con la gente, la stessa che poi incontravi in città. Noi vivevamo Pescara, si era creata una chimica irripetibile. Oggi invece…».
Già, il Pescara oggi?
«Ogni tanto sento Daniele Sebastiani, seguo i risultati. Ma non ho elementi per giudicare».
Lei fa radio e televisione, che cosa pensa del doppio abbonamento per vedere il calcio?
«Il sistema gioca sulle nostre debolezze. Parliamo, discutiamo e ci arrabbiamo, ma alla fine la voglia di calcio prevale su tutto il resto. E digeriamo anche questo cambiamento».
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