RIMANERE O LASCIARE

Se oggi il Regno Unito votasse per il Brexit, l’unica a non strapparsi i capelli sarebbe l’Uefa: aperta anche a Paesi come Israele fuori dall’Europa geografica, non si è mai preoccupata di quella...
Se oggi il Regno Unito votasse per il Brexit, l’unica a non strapparsi i capelli sarebbe l’Uefa: aperta anche a Paesi come Israele fuori dall’Europa geografica, non si è mai preoccupata di quella politica. Ma per la Premier League sarebbe un mezzo terremoto, perché si aprirebbe il capitolo dei permessi di lavoro per i calciatori provenienti dall’Unione: tanto è vero che la Football Association si è schierata a favore del Remain con i vertici (il chairman Scudamore), i club (20 su 20) e i campioni del passato (Beckham). Venendo meno la libera circolazione dei lavoratori, ci si ritroverebbe con le regole attuali, piuttosto restrittive, per i non Ue: può essere tesserato in Inghilterra solo un calciatore che abbia giocato una certa percentuale di partite internazionali, a seconda del posizionamento Fifa della propria Nazione. Molto più difficile prendere giovani promesse, quindi, come erano all’epoca i francesi Payet, Kante e Martial, per non parlare dei talenti minorenni (alla Pogba, quando firmò per il Manchester United), che non rientrerebbero più nelle aperture della Fifa.
I fautori del Leave rassicurano i tifosi, spiegando che le regole interne verrebbero annacquate per non far mancare ai club i giocatori che desiderano; e a chi obietta loro che comunque una probabilissima svalutazione della sterlina farebbe aumentare i prezzi dei campioni acquistati in euro, rispondono che per lo stesso motivo la Premier League diventerebbe ancora più attraente per i capitali stranieri. Poi dici che il calcio non sposta voti.
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