SEGNALI DIVINI? NO, CERTI GOL NON SON PER TUTTI

2 Luglio 2014

di STEFANO TAMBURINI Cinque minuti possono bastare per scrivere un romanzo dolce e amaro, ricco di passione e dal finale incerto, di quelli che devi aspettare l’ultimissima riga per esser certo che...

di STEFANO TAMBURINI

Cinque minuti possono bastare per scrivere un romanzo dolce e amaro, ricco di passione e dal finale incerto, di quelli che devi aspettare l’ultimissima riga per esser certo che non ci sia l’ennesimo colpo di scena.

Lo guardi e lo riguardi quel finale e pensi a quel che dal mattino gira intorno a questa sfida, alla vignetta diffusa dal Vaticano con il papa argentino che osserva le sue guardie svizzere davanti alla tv con le bandiere rossocrociate. Lui, con la sciarpa albiceleste e una nuvoletta nera sopra la testa. Sì, troppo facile pensarci, di fronte a quel palo di Blerim Džemaili, a quella barriera sulla punizione finale pronta a respingere l’ultima insidia mentre in panchina pregano.

In realtà tutto questo accade perché certi gol non arrivano per caso o per intercessione divina, men che meno per quella del vescovo di Roma «che arriva dall’altra parte del mondo». Certi gol arrivano perché sono i minimi particolari, quelli che anche alla fine di una partita noiosetta ma combattuta («Una guerra», come l’aveva scherzosamente definita il papa argentino) fanno la differenza. Non è per caso che Rodrigo Palacio ruba una palla a centrocampo a Stephan Lichtsteiner; non è per caso che quella palla finisce sui piedi fatati di Lionel Messi e subito dopo con il contagiri e con la scritta «basta spingere» davanti ad Angel Di Maria. Già, uno che si chiama Angelo, visto che siamo in tema. È il gol che fa esplodere di gioia anche l’uomo vestito di bianco nella stanza 201 del residence Santa Marta dentro le mura vaticane. Ma non è finita qui, perché dopo c’è l’assedio svizzero. C’è il palo di Dzemaili, la respinta, il tiro di nuovo fuori, la palla che finisce ancora a Di Maria con la porta vuota, perché nel frattempo si è unito all’assalto anche il portiere Diego Benaglio. Uno che si chiama come Maradona... sarebbe stata una beffa. La palla finisce di poco fuori e infine, oltre il terzo minuto di recupero, l’ultima punizione. Adrenalina pura, una storia stupenda – un po’ meno per gli svizzeri – che ci regala un Mondiale incerto, con tutte le grandi costrette a soffrire: il Brasile dei rigori, l’Olanda della rimontona, la Germania e la Francia che stentano. Alla fine uno solo potrà gioire nell’alba della vittoria, nessuno potrà farlo senza passare da notti di tormenti. E così è anche più bello.

@s__tamburini

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