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Serie D verso il via, Putrino: «La vera malattia è quella dei procuratori, dobbiamo cambiare il format del torneo»

17 Agosto 2026

Intervista al neo presidente della Vibonese, nominato lo scorso 27 giugno dal nuovo amministratore unico Cosimo Vullo

VIBO VALENTIA. Dopo la faticosa salvezza dello scorso anno, arrivata all’ultima giornata ai play-out, la Vibonese cerca di lasciarsi tutto alle spalle e cerca di ripartire dall’anno zero. Nell’intervista analizzeremo il lavoro del neo-presidente Rino Putrino, che già dalla fine dello scorso anno aveva ricoperto un ruolo societario, quello di commissario straordinario. Si può inoltre evincere lo sforzo e le numerose difficoltà a cui deve far fronte un presidente di Serie D, categoria in cui militano anche Giulianova, L’Aquila, Lanciano, Notaresco, Santegidiese e Teramo.

Buongiorno presidente, inizierei l'intervista partendo da lei: ci parla un po' di sé?

«Intanto grazie per questo momento che mi dedica perché sicuramente è una bella opportunità. Parlarle di me sarebbe molto lungo visto che sono quasi a 64 anni: devo però dire che una colonna sonora della mia vita, quella che mi ha accompagnato sempre, è l'amore per la mia città. Di conseguenza credo che questo amore per Vibo e per la vibonesità, trasfuso da mio padre, si avverta nelle mie parole. Quindi mi sento un vibonese Dop, anche nell'impegno sociale del quotidiano».

Lei è ormai nel mondo del calcio dal 1997, con il ruolo di direttore della Scuola Calcio Vibonese. Ma qual è stato il momento in cui ha capito di voler entrare in questo ambiente?

«Io sono nato tifoso della Vibonese e andare allo stadio era il mio premio se andavo bene a scuola, per cui durante tutta la settimana mi impegnavo per poi vedere la Vibonese (ride). Dunque, si immagini che emozione vestire la maglia rossoblù, sia pure nelle categorie giovanili. E poi ho fatto un po' di tutto per la Vibonese: sono stato lo speaker ufficiale per anni, ho scritto e cantato l'inno, ho persino ricoperto la carica di addetto arbitrale. Ma ho soprattutto creato la Scuola Calcio Vibonese, nata nel 1997 come diceva: siamo arrivati a toccare l’apice con 288 bambini iscritti in tutte le categorie, dai Piccoli Amici e i Primi Calci ai Pulcini e gli Esordienti. Inoltre, ho gestito anche per una decina di stagioni le categorie agonistiche dell'U15, U16 e U17 nazionale, incontrando squadre di livello e investendo, anche personalmente, per la creazione di strutture adeguate. Ecco, diciamo che dal 1997 è partito questo percorso che mi ha portato ad essere oggi laddove sono, ma sempre con il motivo dominante che è l'amore per la città e per la Vibonese».

Mi racconti invece il giorno in cui le è stato proposto l'incarico. Come si è sentito? Che emozioni ha provato?

«Anche questo non nasce per caso. L'anno scorso, in un momento disgraziato, il direttore sportivo ha lasciato le chiavi della squadra in mano al sindaco Romeo, che, in riunione con i tifosi, ha deciso di nominarmi commissario straordinario. Ho gestito da fine gennaio fino alla fine del campionato, passando dai play-out e affrontando enormi difficoltà, come i 2 cambi di allenatore. Abbiamo però costruito un percorso che alla fine ha riavvicinato la città alla squadra, tant'è che siamo riusciti a riempire nuovamente lo stadio. Sono stato anche molto fortunato, perché senza fortuna non si va da nessuna parte, specialmente nel calcio. Quest'anno una nuova società e una nuova proprietà mi ha premiato, nominandomi presidente. Io mi sono alzato un metro da terra per la felicità perché partire dalla Scuola Calcio e arrivare a essere presidente è un’emozione fortissima».

Ecco, parliamo proprio della squadra, adesso. Come detto, lo scorso anno avete raggiunto la salvezza ai play-out, con un cammino al di sotto delle aspettative iniziali nonostante l’ottimo avvio. Qual è l'obiettivo concreto della squadra per questa stagione?

«Fare proclami non è mai bello anche perché poi bisogna fare i conti con i risultati. Noi vorremmo arrivare nelle prime 4 posizioni: sembrerebbe un'impresa ciclopica ma in realtà non lo è, perché la squadra è stata costruita con dovizia di particolari dal direttore sportivo Maglia. È stata inoltre assegnata la guida tecnica a Marra, un allenatore vincente che l'anno scorso è stato primo in classifica praticamente per 3/4 di campionato con la sua Igea Virtus. Però, ecco, la squadra è stata costruita molto bene, in maniera diversa rispetto al solito: si è partito dagli under importanti, specialmente sugli esterni, mentre il portiere, il difensore centrale, il centrocampista forte, il trequartista e la punta sono gli over nonché il punto di riferimento per i giovani. Vedremo dopo 7 giornate e capiremo che tipo di Vibonese sarà, sicuramente divertente».

Per quanto riguarda invece i nuovi innesti, spicca sicuramente l’acquisto di Francesco Bertolo, che ha giocato quasi 70 partite in Serie C, oltre a più di 200 in Serie D. Stava dicendo che fondamentale fare un mix di giovani ed esperienza. Ma quanto è importante avere una spina dorsale esperta?

«È importante l'esperienza ed è importante avere un centrale difensivo come l'ultimo acquisto che abbiamo fatto, con altri 2 colpi in canna che saranno annunciati: lunedì un altro difensore centrale, martedì un attaccante argentino. Inoltre, la squadra ha dentro degli elementi di spicco come Ledesma e Cerutti, che hanno vinto il campionato con le loro società lo scorso anno, oltre a Piriz. Nessuna squadra ha un centrocampo del genere, Reggina compresa. Nel calcio moderno tutti i dettagli fanno la differenza, però è logico che l'esperienza del centrale difensivo, piuttosto che del centrocampo, cambiano il rendimento della squadra. Serve assolutamente questa spina dorsale che faccia anche crescere i giovani, su indicazione proprio dell’amministratore unico Cosimo Vullo. Infatti, lui viene dalla San Cataldese, dove per 2 anni di fila hanno preso il premio nazionale per i giovani di valore, evidenziando una mentalità predisposta a questo tipo di atteggiamento».

Le vorrei fare anche una domanda più generale. Cosa manca, secondo lei, alla Serie D per essere considerata maggiormente dal pubblico e dai media? E che contributo può dare per risollevare il movimento calcistico italiano, specie in questo momento di profonda crisi?

«Il risultato dei 3 mondiali mancati è sotto gli occhi di tutti. Tuttavia la Serie D non è che non sia appetibile o non sia attenzionata dai media. Il problema principale è che la Serie D è solo una spesa per gli imprenditori, poiché ad accedere alla C sono solo le prime classificate. Se vi fosse, per esempio, un playoff che consentisse di passare alla categoria superiore, diventerebbe molto più appetibile anche per i diritti televisivi, sul modello della Serie C. È quindi poco attraente, secondo me, per questi aspetti, ma potrebbe essere comunque una bella palestra per i giovani. C’è tuttavia una malattia che in Serie D è evidente, che è quella dei procuratori: per esempio, la Vibonese dell’anno scorso ha patito il fatto che 15 componenti della rosa avessero lo stesso procuratore. Dunque, si potrebbe lavorare su questo aspetto, rendendo i ragazzi più indipendenti».

Volevo terminare la nostra chiacchierata chiedendole: qual è il problema maggiore del calcio giovanile che vorrebbe eliminare?

«Abbiamo un grande problema che è costituito dai genitori. Ormai da anni tutti quanti pensiamo di avere Maradona in casa e già dai Pulcini si sentono litigi tra genitori, che stanno rovinando la fase della formazione. Sembra strano dirlo, ma mi assumo tutta la responsabilità: io gli allenamenti li farei fare a porte chiuse, senza genitori, perché i bimbi di continuo girano lo sguardo verso di loro; ecco, già lì stiamo sbagliando qualche cosa. Il calciatore deve avere le sue capacità, le sue competenze, deve crescere, si deve strutturare da solo e deve avere un riferimento che è l'allenatore».

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