Simoni: troppi stranieri ne bastano tre in serie A

4 Dicembre 2017

«Il ripescaggio di Giampaolo a Cremona un atto di giustizia»

ATESSA. Il calcio italiano visto da Luigi Simoni, 78 anni, di cui sessantadue trascorsi ricoprendo vari ruoli: calciatore, allenatore, direttore tecnico e presidente. Sabato sera è stato ad Atessa, ospite dell’Inter Club Mario Corso Atessa Nerazzurra e, nell’occasione, al museo Aligi Sassu ha presentato il suo libro: “Simoni si nasce”. E l’uomo di Crevalcore ha parlato del calcio a tutto tondo, affrontando anche gli argomenti di attualità.
Simoni, qual è il suo giudizio sul calcio italiano in questo momento?
«Sotto certi aspetti tecnici il campionato è bello, seppur diviso in due gruppi. Uno che lotta per le prime posizioni e l’altro per la salvezza. Le sei squadre davanti hanno buone qualità, danno al campionato un certo valore. Non c’è una squadra che domina, come negli ultimi anni. Poi, però, ci sono delle cose che vanno aggiustate. Soprattutto, per quanto riguarda la Nazionale. Non si può parlare di calcio italiano quando nelle squadre ci sono due-tre calciatori italiani, e basta! E’ vergognoso, bisogna trovare un rimedio. Occorre trovare il modo per far giocare quanti più italiani possibile. Spazio ai giovani, non più di tre stranieri per ogni squadra. Così diventa un campionato italiano».
Nel 1958 si verificò lo stesso psicodramma nazionale in corso per la mancata qualificazione ai Mondiali?
«Non mi piace pensare al passato, guardo al presente. E dico che qualcosa deve essere aggiustato. Lo stesso Ventura si è trovato in difficoltà, ha chiamato tanti ragazzi in azzurro, ma la scelta era difficile, ardua sul piano tecnico. Ha dovuto chiamare gente che non gioca la domenica. E’ questo il problema di fondo. E i risultati sono quelli che sono».
Può essere l’anno buono per spezzare l’egemonia Juve?
«Non lo so, ma oggi la classifica è più combattuta rispetto agli ultimi anni. C’è più interesse, ne guadagna il movimento quando ci sono più squadre che lottano per il vertice. Oggi (ieri, ndr) l’Inter è salita al primo posto in classifica, ma quanti sono gli italiani che giocano tra i titolari? Gira e rigira siamo sempre al solito problema».
A quale squadra è rimasto più legato tra le tante per cui ha giocato e lavorato?
«All’Inter che è quella che mi ha regalato maggiori soddisfazioni: secondo posto in campionato - lasciamo perdere come (il riferimento a quel Juve-Inter con il contrasto Rinaldo-Iuliano, ndr) - e vittoria della Coppa Uefa. Ho ricevuto tante gioie, l’esonero non lo calcolo nemmeno. Ho tratto soddisfazione da ambiente difficile, da un pubblico che mi vuole bene ancora oggi. Poi, c’è il Torino, la squadra del mio cuore quando ero bambino. Ho fatto 12 anni al Genoa; a Napoli ho giocato e allenato; alla Lazio sono stato un anno, ma mi hanno circondato di un affetto incredibile».
Lei, da dirigente della Cremonese, in Lega Pro, ha “ripescato” Marco Giampaolo in panchina nel 2014.
«Ho una bella amicizia con Giampaolo. Tanti anni fa andammo a ritirare un premio a Catania. Facemmo il viaggio insieme e parlammo tanto. L’ho conosciuto, è un ragazzo in gamba e serio. Mi piace. C’è stata questa occasione e l’abbiamo preso. E’ una bella soddisfazione quel ripescaggio, un atto di giustizia. Era una vergogna vederlo in serie C, una cosa senza senso. E lo sta dimostrando. Per fare l’allenatore servono tante qualità: lavoro sul campo e guida del gruppo. Lui è uno degli allenatori più completi».
Oggi Simoni in chi si rivede?
«Mi sono sempre paragonato a Donadoni per il suo modo di lavorare. E poi Ancelotti. Gente che non è presuntuosa».
Lei e Ronaldo.
«Ho avuto la fortuna di giocare con grandi giocatori e poi di allenare grandi giocatori. Ronaldo, tra tutte, è stata la più grande fortuna. Un ragazzo di qualità. Prima di farlo venire all’Inter ero andato anche a vederlo. Semplicemente meraviglioso. Amico di tutti, mai che ostentava la sua grandezza. Era sempre un aiuto per gli altri, ritengo con Ronaldo di aver toccato il massimo. Ho allenato Baggio e Pirlo, tra gli altri, ma Ronaldo è Ronaldo».
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