«Social, tv e procuratori com’è cambiato il calcio!»

9 Gennaio 2017

L’ex centrocampista biancazzurro si è appena dimesso da tecnico della Samb: «Ai miei tempi quale moglie di giocatore si sarebbe sognata di attaccare i tifosi?»

PESCARA. Ottavio Palladini, in due epoche diverse (dal 1992 al 1998 e dal 2000 al 2004), ha lasciato il segno a Pescara. Centrocampista di lotta e di governo, prima accettato a fatica dalla piazza poi diventato un punto di riferimento. Oggi, a 45 anni, è un allenatore che, tra l’altro, proprio la settimana scorsa ha rassegnato le dimissioni dalla guida della Sambenedettese, in Lega Pro. Probabilmente, ieri sarebbe stato sugli spalti dell’Adriatico-Cornacchia se Pescara-Fiorentina non fosse stata rinviata per il maltempo. Una sfida – una tra le tante – che lo riporta indietro nel tempo.

Palladini, che cosa le ricorda la Fiorentina?

«Uno 0-0 al Franchi. C’era Rumignani in panchina, era la stagione della penalizzazione, 1993-94 (esattamente il 31 ottobre 1993, ndr). La prima gara del mister sulla panchina del Pescara. Arrivò il venerdì e giocammo a Firenze contro i viola di Batistuta primi in classifica. Finì 0-0, partita stoica di tutti. Rimanemmo in nove in campo, ricordo che mi buttai in scivolata a salvare un gol sulla linea a tempo scaduto. Una partita gagliarda. Al ritorno vincemmo».

Come vede la situazione del Pescara?

«Finora ha giocato un buon calcio, sempre propositiva. Ma i risultati sono condizionati anche dalla qualità dei giocatori, specialmente in attacco. E forse qualcosa lì davanti manca, ad esempio l'esperienza. Serve gente che è abituata a fare gol in serie A».

Ad esempio, Gilardino?

«Beh, potrebbe essere un profilo giusto per la causa biancazzurra».

C'è un Palladini oggi nel Pescara?

«Memushaj, forse. Uno che abbina qualità e quantità. E che fa gol. Forse quello che mi somigliava di più per caratteristiche mi somigliava era il Bjarnason di qualche anno fa».

Si è appena dimesso dalla guida della Sambenedettese in Lega Pro, perché?

«Quando viene a mancare la fiducia non ci sono più i presupposti per andare avanti. Per il bene di tutti ho deciso di farmi da parte».

Ci sono state interferenze del presidente Fedeli sul suo lavoro?

«Più che interferenze, direi che in questo anno e mezzo non mi ha risparmiato critiche. A mio avviso, non c'erano più presupposti per andare avanti».

L’abruzzese Di Massimo (di proprietà del Pescara) è diventato un caso a San Benedetto del Tronto, come mai?

«Per me no. Il presidente voleva che lui giocasse sempre, ma con me ha giocato abbastanza. Tanto, se non sbaglio 18 gare su 21. Quindi, non è un problema, anche se si tratta di un ragazzo che deve fare un percorso di crescita graduale per il suo bene».

Lei di San Benedetto del Tronto alla guida della Samb; Oddo pescarese alla guida del Pescara. Che cosa significa allenare la squadra della propria città?

«Una responsabilità in più, grande. Oltre, ovviamente, a essere un motivo di orgoglio. Le grosse responsabilità sono dovute al fatto che vivi la città, conosci l'ambiente, la gente. L'allenatore che viene da fuori riesce a staccare la spina. Quello di casa no».

Come è cambiato il calcio dagli anni Novanta a oggi?

«Tantissimo. In campo adesso l'intensità la fa da padrone, così come la tattica. Non c'è paragone. Si vedono meno azioni spettacolari sul piano tecnico. C'è maggiore forza fisica. Prima il giocatore tecnico si elevava con più facilità, oggi fa fatica se non ci mette la corsa e il fisico».

Fuori dal campo?

«La cultura generale è cambiata. Se prima tante cose nello spogliatoio erano sacre ora non lo sono più. Le televisioni e i procuratori hanno amplificato la vita del calciatore. Per non parlare dei social network. E’ tutto più enfatizzato. Difficile gestire il gruppo, è la cosa che richiede maggiore fatica. Oggi viene prima di tutto, al di là di quelli che sono gli aspetti tattici e tecnici. Per non parlare dei rapporti con i mass media. Per me lo spogliatoio era sacro, guai a chi mi toccava un compagno di squadra, al di là dei risultati. Ora, invece, si pensa più a se stessi che alla tutela dello spogliatoio. La forza della società che fa rispettare le regole è fondamentale».

Per non parlare delle mogli, visto il caso Aquilani?

«Non parlo del caso in questione. Ma quando mai negli anni Novanta la moglie di un giocatore immaginava di poter fare polemica?».

Com’è la Lega Pro?

«Negli ultimi anni qualcosa sta migliorando. Si utilizza di più i giovani, ma bisogna avere pazienza per non bruciarli. La qualità tecnica è un po' scesa. Ma qualcosa di buono si vede, non è tutto da buttare. La crisi sta diventando un'opportunità. Ci sono poche risorse e quindi si punta sui giovani».

La figura dell'allenatore?

«Prima aveva più tempo per portare avanti un progetto, non c'era tutta questa frenesia. Oggi si vive alla giornata, si va di settimana in settimana. Impossibile guardare oltre. Diciamo che la figura è stata un po' depotenziata».

@roccocoletti1

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