Spesi 200 milioni in più rispetto all’anno scorso

Effettuati investimenti per 330 milioni (spalmati su più annualità) ma nelle ultime cinque stagioni la serie A ha perso quasi un miliardo
“Eppur si muove”. Il pianeta calcio del Belpaese dà segni di risveglio dopo un lungo letargo. Oltre 330 milioni (spalmati su più anni) il denaro messo sul tavolo del calciomercato contro i 130 milioni dell’ultima sessione.
Alcune società sono state capaci di portare in Italia un manipolo di giocatori di prima fascia. Tanto da ridestare i sogni dei tifosi. In particolare di quelli milanesi. Poco per essere competitivi a livello internazionale. Abbastanza per riequilibrare un mercato interno monopolizzato per un quadriennio dallo strapotere juventino.
Ma non è tutto oro quello che luccica. I dati macroeconomici del movimento calcistico italiano indicano una tenuta negli ultimi cinque anni nei quali le società calcistiche hanno operato in un Paese in recessione.
Il fatturato della serie A dalla stagione 2009-10 a quella 2013-2014 (dati studio Arel) è cresciuto da 2.268 milioni a 2.438 milioni. Indice sufficiente a evidenziare come il prodotto calcio in Italia sia ancora appetibile anche se Germania (+8,3%), Francia (+6,8%), Inghilterra (+6,7%) e Spagna (+4,2%) crescono di più.
Ma l’altra faccia della medaglia degli indicatori economici getta non poche ombre sulle prospettive. Da cinque anni il risultato netto della serie A è negativo: 185,5 milioni nella stagione 2013-2014 in lieve miglioramento rispetto all’anno d’esercizio precedente (con risultato in rosso di 202 milioni). Nell’arco di cinque anni il calcio italiano di serie A ha perso quasi un miliardo di euro. La conseguenza è che l’indebitamento complessivo nella stagione 2013-14 ha sfondato il tetto dei tre miliardi di euro (3,093 per la precisione). La fragilità del sistema del calcio professionistico affonda le sue radici nella debolezza del patrimonio delle singole società. Solo 9,89 milioni medi per club con una diminuzione del 22% rispetto al dato complessivo relativo alla stagione precedente.
Insomma il calcio italico di prima fascia tira quasi come quello dei “cugini” europei, ma la mancanza di una trasformazione profonda di chi lo gestisce non lo fa decollare.
Dall’Inghilterra alla Germania il fatturato continua a essere più solido perché trascinato dagli incassi dei biglietti, dalla commercializzazione del brand, dagli stadi di proprietà. In Italia il 43% dei ricavi è legato agli introiti dei diritti televisivi, contro il 37 % dell’Inghilterra e il 36% di Germania e Spagna.
Se uno spettacolo si misura dalla capacità di partecipazione di persone all’evento i dati dicono che la Germania ha una media di 43 mila spettatori per partita, l’Inghilterra 36 mila, la Spagna 27 mila. L’Italia si ferma a 23 mila.
Se il mercato estivo è un indicatore dello stato di salute del tessuto economico del calcio quello che va a chiudersi ha fornito indicazioni interessanti per la serie A. Quattro società hanno investito (anche se l’incidenza di plusvalenze sulle cessioni, che incide ancora attorno al 20%, non è trascurabile).
La Juventus resta in vetta perché è la società meglio patrimonializzata e perché ha raggiunto la finale di Champions portando il suo fatturato a 330 milioni. È un grande traguardo raggiunto ma lontanissimo dai quattro club oltre il mezzo miliardo Real Madrid, Barcellona, Bayern e Manchester United.
Un budget che (nonostante le perdite di Vidal e di Tevez) ha consentito l’arrivo di Mandzukic, Dybala, Zaza e la parziale “difesa” di Pogba ma che al tempo stesso non consente sul medio periodo il mantenimento in Europa di un ranking da top five.
Milan e Inter, dopo un paio di stagioni disastrose, si sono messe in carreggiata grazie alle immissioni di capitale orientale che aprono nuove prospettive ma anche non poche ombre. Lo stesso discorso vale per la Roma con gli americani che hanno alzato il tiro dopo un paio di stagioni di tira e molla.
Gli arrivi in serie A di Kondogbia, Mandzukic, Bacca, Dzeko alzeranno il livello del campionato o quantomeno renderanno forse alla Juve più difficile l’impresa di fare un pokerissimo consecutivo. Le altre società di prima o seconda fascia hanno puntato su altre strategie. È il caso di Napoli e Fiorentina (ma anche la Lazio, come ormai accade da qualche anno) che hanno preferito privilegiare un cambio di panchina per puntare a un consolidamento di risultati e bilancio.
La prossima serie A dovrebbe fare dunque un salto di qualità o quantomeno di interesse da parte del pubblico. Per essere competitivi sul piano europeo c’è ancora tanto da lavorare. Ma, purtroppo, non solo nello sport.
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