Stendardo: «Io non mollo, a Pescara anche in serie B»

L’annuncio del difensore: ho il contratto e tante motivazioni, resto con Zeman
PESCARA. Il presente e il futuro di Guglielmo Stendardo. A due mesi e mezzo dal suo arrivo a Pescara, l’esperto difensore parla della sua nuova avventura. C’è spazio anche per le sue esperienze passate, ad esempio quella fugace con la maglia della Juventus. L’ex atalantino ammette che il morale della squadra è sotto i tacchi, ma prova ugualmente a spronare i più giovani verso un’impresa che appare impossibile. Oltre che dalla delusione per i risultati negativi del Delfino, l’umore del 35enne napoletano è condizionato dall’agguato dei tifosi tarantini ai calciatori rossoblù. Tra i giocatori aggrediti dai teppisti c’è anche suo fratello Mariano.
Stendardo, il Pescara è già in B?
«Purtroppo non è un bel momento. I risultati negativi influiscono sul morale e non è facile giocare in queste condizioni. Quando sono arrivato ero consapevole della situazione, poi alcuni fattori ci hanno spinto sempre più in fondo alla classifica. La squadra ha dei limiti, altrimenti non sarebbe ultima, però in questa stagione tutto è andato storto. Abbiamo il dovere di dare il massimo e noi più esperti dobbiamo trasferire ai più giovani questi concetti».
Quali sono le cause del tracollo?
«Sono molteplici. La prima riguarda i tanti infortuni. Non mi era mai capitato di vedere due allenatori che nel corso del campionato non abbiano mai potuto schierare la formazione migliore. È successo con Massimo Oddo e sta accadendo con Zdenek Zeman. Se ad una squadra come il Pescara togli Bahebeck e Gilardino difficilmente riesci a rimpiazzarli e quindi a competere per la salvezza. Poi i rigori sbagliati, le belle prestazioni che non hanno portato punti. Ripeto, se siamo ultimi c’è un motivo, però siamo stati anche parecchio sfortunati».
Zeman vorrebbe la difesa “alta”, però non è facile convincervi. È vero?
«Ha ragione, ma per tenere portare avanti la linea difensiva occorrerebbe iniziare il pressing quando gli avversari avviano l’azione. Se gli avversari avanzano e la palla è “scoperta” bisogna scappare indietro, me lo dicevano anche quando ero bambino. Chiaramente, la situazione di classifica non aiuta e soprattutto serve tempo per assimilare i nuovi automatismi. Zeman ci chiede di stare alti, corti e compatti, così quando rubiamo palla siamo più vicini alla porta avversaria, altrimenti si fa fatica a ripartire. Speriamo di migliorare in queste settimane».
Resterà anche in B?
«Ho un altro anno di contratto e per me la categoria non è un problema. A Pescara mi trovo bene e sarebbe bello rimanere. Purtroppo in questa stagione le aspettative dei tifosi sono state deluse e il loro stato d’animo va compreso. Anche noi siamo abbattuti e nello spogliatoio c’è tanta amarezza. In ogni caso, è doveroso dare il massimo fino alla fine. Sarebbero bastate due vittorie in più per essere più vicini all’obiettivo».
A maggio compirà 36 anni. Dopo una carriera bellissima dove trova le motivazioni?
«La risposta è semplice. Il nostro è il lavoro più bello del mondo. Per diventare un calciatore professionista, oltre alle qualità, servono passione, dedizione ed entusiasmo. E io ho ancora voglia di allenarmi e migliorare: si può anche alla mia età».
Cosa pensa dell’agguato di Taranto dove è stato colpito anche suo fratello?
«È stato un attacco vile e mi dispiace che ci sia andato di mezzo Mariano. Lui a Taranto è un leader e ha sempre dato tutto per la maglia. Però non bisogna generalizzare macchiando una tifoseria. I colpevoli devono essere individuati e puniti, ma per trenta teppisti non può pagare un’intera città. Le critiche vanno accettate, però la violenza deve essere sempre condannata. Mi chiedo come sia potuta accadere una cosa del genere a Taranto: nessuno ha sorvegliato e i calciatori non sono stati tutelati».
Taranto dopo Ancona, Matera, Catanzaro. Non è arrivato il momento di dire basta?
«È assurdo. Il calcio dovrebbe essere unione, aggregazione, felicità. Invece, per colpa di qualche delinquente l’immagine di tutto il movimento viene danneggiata».
Lei ha giocato sei mesi nella Juventus. Rimpianti?
«Ero in prestito dalla Lazio. Potevo restare perché l’allora tecnico bianconero, Claudio Ranieri, avrebbe voluto tenermi. Però Claudio Lotito fissò a 12 milioni di euro il riscatto del cartellino. Un prezzo esagerato, basti pensare che lo stesso anno Ronaldinho passò al Milan per 15 milioni. Ma è stata comunque un’esperienza unica. Nella mia carriera ho superato i miei sogni andando oltre alle aspettative che avevo da bambino. Ora spero di chiuderla a Pescara ovviamente in A».
Dal 2012 è avvocato. Eserciterà la professione?
«Vedremo, al momento penso solo a fare il calciatore. Guardare oltre non serve».
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