Taccone, il lupo affamato che riscattò il suo Abruzzo

Origini umilissime, divenne un simbolo dei tifosi per l’indole battagliera
AVEZZANO. Pier Paolo Pasolini fissò a lungo quel corridore che agitava il microfono con le mani. Lo colpì la sua umanità, genuina e viscerale, le parole, colorite e dirette, e la storia drammatica di una figlia perduta che stava per mandarlo in depressione. Il ciclista davanti a Pasolini era Vito Taccone e il palco quello del Processo alla Tappa, la trasmissione ideata da Sergio Zavoli nel 1962. Dopo la confessione di Taccone, il microfono passò a Vittorio Adorni, che si rivolse a Pasolini con aria di sfida: «Che ci fa un intellettuale come lei al Giro d’Italia, in mezzo ai faticatori della strada?». Pasolini rivendicò il suo vecchio amore per il ciclismo: nella nobile e faticosa arte della bicicletta intravedeva la poesia. Disse: «Ho visto due facce che mi hanno sorpreso, che metterei volentieri in un film: Dancelli e Taccone». Il volto di antico contadino di Taccone aveva stimolato l’immaginazione di uno dei più grandi intellettuali del ventesimo secolo. Sulle colonne del Tempo, Pasolini elogiò la «coscienza di classe» del ciclista abruzzese: «Nei corridori operai-contadini prevale il bello, l’innocente, e se la coscienza di classe c’è come in Taccone, è priva di stupida aggressività». Taccone era figlio di una campagna umile e fiera. Un lupo che andava a caccia del branco. Determinato, furioso. Aveva negli occhi la rabbia degli ultimi: «Era in guerra con la vita, perché da essa si sentiva derubato», scrisse il giornalista Marco Pastonesi. Fu così che l’abruzzese Taccone diventò un campione.
QUINDICI ANNI SENZA UN MITO
Vito Taccone se n’è andato un mattino di quindici anni fa. Una settimana prima della scomparsa, l’ultimo colpo di teatro di una vita ribelle, di eccessi sublimi e cadute vertiginose. Una protesta rabbiosa come nel suo stile, incatenato davanti al tribunale di Avezzano per urlare al mondo la sua innocenza dall’inchiesta giudiziaria che lo aveva travolto, finendo per stremarlo. L’ultimo grido prima di morire: «Non voglio fare la fine di Enzo Tortora».
GLI INIZI
Nato il 6 maggio 1940, un mese prima dell’entrata in guerra dell’Italia, Taccone fu uno dei figli della miseria. Iniziò portando al pascolo il gregge di papà Gaetano, poi fu garzone del forno Michetti di piazza Cavour, ad Avezzano. Taccone si innamorò di una vecchia bici che l’Ente Fucino donò a suo padre. Diventò la sua compagna di giochi, il mezzo ideale per fuggire dalla miseria. Taccone era sedotto dalla fatica e amava le montagne, aveva il fisico degli scalatori puri, quelli che i francesi chiamavano grimpeur. Il diavolo che era in lui, lo stesso che Gianni Brera raccontava impossessarsi di Fausto Coppi, agitava la sua sete di riscatto. Scelse il ciclismo per fuggire dalla povertà con la speranza di un futuro migliore. Le sue gambe erano dinamite pronta a esplodere. I suoi scatti, impetuosi e inesorabili, celavano una voglia mai sopita di lasciarsi alle spalle un passato di umiliazioni.
POVERTÀ E ORGOGLIO
Taccone portava con sé la semplicità della campagna abruzzese e la fierezza del popolo marsicano. La sua era una figura che legava idealmente il dramma del terremoto del 13 gennaio 1915 agli anni della rinascita. Taccone incarnò il riscatto dei cafoni marsicani raccontati da Ignazio Silone, portando in alto il nome di Avezzano e dell’Abruzzo come nessun altro sportivo riuscì a fare. La tempra e l’orgoglio contadino divennero i simboli di un corridore che andava oltre le vittorie. Le sue imprese uscivano dal perimetro della cronaca e abbracciavano il racconto: Taccone era un contenitore profondo di storie di vita. Ed è per questo, chi lo sa, che persino Pasolini si accorse di lui.
L’AMORE PER IL GIRO D’ITALIA
La prima vittoria al Giro d’Italia arriva a Potenza nel 1961. L’anno della consacrazione è il 1963, quando vince cinque tappe, di cui quattro consecutive: Asti, Oropa, Leukerbad e Saint-Vincent. Per tutti è ormai il Camoscio d’Abruzzo e in Italia esplode la Taccone-mania. I tifosi si innamorano dell’indole battagliera che fa di lui un autentico personaggio. A contribuire alla sua popolarità è soprattutto la trasmissione televisiva del Processo alla Tappa, appena lanciata da Sergio Zavoli. Taccone è una presenza fissa: commenta le tappe, non lesinando polemiche e provocazioni, e intrattiene i telespettatori con la sua celebre parlantina e i giudizi sempre schietti e sinceri. È una frase, pronunciata dopo uno dei tanti trionfi, a renderlo immortale: «Devo essere lupo perché ho fame, la mia famiglia ha sempre avuto fame. Ogni vittoria è una rapina».
LOMBARDIA, GRANDE CLASSICA
Tra le imprese di Taccone si ricorda la vittoria al Giro di Lombardia ’61. Sulla discesa del brutale muro di Sormano, allunga Imerio Massignan. Taccone, nonostante sia stravolto dalla fatica, raggiunge il fuggitivo a dieci chilometri dal traguardo e lo costringe a tirare, fingendo di avere i crampi. Si tratta, in realtà, di un bluff per recuperare le energie spese nell’inseguimento. In volata non c’è storia: primo Taccone, secondo Massignan.
PAPA E CAZZOTTI
Sono tanti gli aneddoti curiosi a definire i contorni del personaggio Taccone. Come racconta ancora Pastonesi, «ricevuto da papa Giovanni XXIII, Taccone dette del tu al santo padre: caro Papa, per quale corridore fai il tifo? Celebre anche la scazzottata al Tour de France del 1964 con lo spagnolo Fernando Manzaneque.
UN SIMBOLO
Dopo il Giro 1963, Taccone viene accolto ad Avezzano da oltre 60mila persone. La folla lo applaude e ne celebra le imprese. Memorabile il cartellone esposto in piazza della Repubblica: «Coppi + Bartali = Taccone». Taccone, osannato dalla sua gente, ricorda l’importanza delle origini e il legame con la propria terra. Il suo cinema, auspicato da Pasolini, sarebbe stato caro ai padri del neorealismo italiano. In quei capolavori, di Luchino Visconti, Roberto Rossellini e Vittorio De Sica, Taccone avrebbe preso la scena alla sua maniera. In fondo, il mondo umile da cui è evaso, è sempre stato casa sua.
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