Tacconi e il dolore Heysel: «Era e resta una ferita, ricordo vivo e indelebile»

29 Maggio 2024

L’ex portiere della Juve racconta la strage nella finale con il Liverpool: «Nell’intervallo ho visto i tifosi feriti e mi sono reso conto del disastro»

Quella notte l’immaginava diversa Stefano Tacconi, il portiere della Juve finalista della Coppa Campioni 1985. L’immaginava trionfale e gioiosa. Di certo non macchiata dal sangue dei 39 tifosi bianconeri presenti allo stadio Heysel di Bruxelles e vittime della furia hooligans dei tifosi del Liverpool. La Juve vinse sì quella coppa, ma nessuno la festeggiò come aveva immaginato. Nemmeno Stefano Tacconi, oggi 67enne alle prese con gli strascichi di un aneurisma datato aprile 2022. Venerdì sera sarà a Ortona, insieme a Moreno Torricelli, ospite del club Anima Bianconera per una cena di beneficenza a favore dell’Agbe. «Il ricordo di quella sera del 29 maggio 1985 è indelebile, magari un po’ sbiadito con il passare degli anni, ma sempre vivo», racconta l’ex portiere della Juventus dal 1983 al 1992, «il ricordo è indimenticabile perché macchiato dal sangue. Non ce ne siamo resi conto subito, durante l’intervallo quando abbiamo visto alcuni feriti nei pressi dello spogliatoio e abbiamo realizzato che era accaduto qualcosa fuori dalla norma. Ma non di quella portata. Come fai a pensarci? Allo stadio si va per divertirsi, non per una strage. Era e resta una ferita per chiunque».
Avete festeggiato troppo quella coppa?
«Prima di parlare, bisognerebbe vivere certe situazioni e certi contesti».
Il momento più bello della carriera?
«A Tokyo, quando con la Juve ho vinto la Coppa Intercontinentale, parando due rigori all’Argentinos Junior. La partita in cui Platini fece quel gol incredibilmente bello, nel dicembre del 1985, e l’arbitro Vautrot glielo annullò».
Perché lei non è rimasto nel mondo del calcio?
«Perché sono scomodo, ho la lingua lunga e tagliente».
In compenso ha ricevuto tanti attestati di affetto dopo il problema di salute che l’ha colpito nell’aprile del 2022?
«Questo è vero, la famiglia mi è stata vicino. Ma un po’ tutti mi hanno manifestato solidarietà».
I guai di salute sono finiti? «Probabilmente dovrò sottopormi a un altro intervento chirurgico, sto aspettando una chiamata da Torino. Forse ai primi di giugno».
La Juve? Come giudica il divorzio da Allegri?
«Diciamo che è stata colta la palla al balzo per ufficializzare una decisione che la società aveva già preso. Le strade si dovevano separare e quanto accaduto nel dopo partita della finale di Coppa Italia è stata la scusa giusta. Va detto, però, che in otto anni Allegri ha conquistato tanti successi. Gli vanno riconosciuti. Però, era arrivato il momento di cambiare per entrambi. Non solo per la Juve».
Pro o contro Allegri?
«Ha vinto tanto, ma ha perso anche due finali di Champions League. Va bene che bisogna arrivarci alla finale, ma le ha perse entrambe».
Che ne sarà della Juve?
«Bisogna ricominciare con un progetto tecnico che però tenga conto della Juve e del suo Dna. Alla Juve bisogna vincere, non si scappa. Giocare bene conta fino a un certo punto, anche se mi rendo conto che una squadra che non gioca bene non potrà mai vincere a certi livelli».
Oggi in che portiere si rivede?
«Nessuno in particolare, perché il calcio è cambiato e di conseguenza anche il ruolo del portiere».
Che cosa l’accosta all’Abruzzo?
«Le amicizie, ne ho tante dalle vostre parti. E venerdì sarò a Ortona con piacere per una cena di beneficenza. A tinte rigorosamente bianconere».
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