Tomei: «Grazie Eusebio ora voglio provare a fare l’allenatore»

La Sampdoria al lavoro, lui a casa: «Mi piace il calcio propositivo, ma nasce nei comportamenti e nei valori prima che in campo»
PESCARA. Sono giorni particolari per Francesco Tomei. Per dieci anni è stato il vice di Eusebio Di Francesco. E mentre la Sampdoria e il suo condottiere sono al lavoro al Mugnaini di Bogliasco, lui è a Pescara. Per ora si gode il mare e i cari. Ma nella testa ha altro: ha deciso di mettersi in proprio e di tentare l’avventura di capo allenatore. Una scelta ardita che covava da tempo nella mente di Francesco Tomei e di cui Eusebio Di Francesco era perfettamente a conoscenza. Dividersi da un allenatore che ha fatto la semifinale di Champions ed è stabilmente in serie A da anni non è da tutti. Significa lasciare il certo per l’incerto in questo mare in burrasca che è il calcio italiano. Rare le interviste rilasciate dal pescarese Tomei, di seguito spiega il suo stato d’animo.
Tomei, come mai ha deciso di mettersi in proprio come allenatore?
«Penso che sia una cosa fisiologica dopo tanti anni passati a fare il vice allenatore. Semplicemente ci si vuole mettere in discussione. Niente di più».
Come si è lasciato con Eusebio Di Francesco?
«Il rapporto è lo stesso di dieci anni fa, bellissimo, ci mancherebbe altro! Durante gli anni abbiamo parlato in modo sereno, sapendo che poteva accadere quello che poi si è verificato. Devo solo ringraziare Eusebio per la possibilità che mi ha dato di lavorare al suo fianco e di crescere come professionista e come uomo. Il distacco è sempre un momento particolare perché dieci anni insieme sono molti e non nascondo che per entrambi sia stato emotivamente particolare, ma ancora una volta lo ringrazio perché lo abbiamo condiviso serenamente».
Com’è la vita del secondo allenatore ad alti livelli?
«Va fatta una premessa: io sono stato fortunato perché Eusebio è un allenatore che coinvolge molto i propri collaboratori e il proprio staff. Mi ha dato sempre massima autonomia nel lavoro. Mi ha fatto sentire importante motivandomi. È stata un’esperienza bellissima, perché ho avuto la possibilità di crescere sul piano professionale e umano. Certo, il lavoro del vice è meno stressante del primo allenatore, ma è certamente complementare e finalizzato allo sviluppo di un’identità di gioco e a taluni comportamenti».
I principi del tecnico Tomei saranno gli stessi assorbiti con l’esperienza al fianco di Eusebio Di Francesco?
«Ovviamente, ha influito sulla mia formazione professionale. I princìpi sono gli stessi: cercare di essere propositivi, dominare il gioco e trasmettere e insegnare un calcio con vocazione offensiva. Un calcio che possa essere soddisfacente per chi lo pratica e per chi lo vede. Il calcio cambia, ma i tifosi erano e restano i nostri referenti, perché vanno alla partita per assistere a uno spettacolo che sia il più godibile possibile».
Come vi siete conosciuti lei e Di Francesco?
«Ci conosciamo da bambini perché abbiamo vissuto nello stesso palazzo, ci siamo rivisti quando lui era a Lanciano, in C1, e allenava la Virtus. Tanti anni fa. Un giorno andai a trovarlo, avevo appena smesso di giocare. E rimasi a parlare con lui. Nacque una collaborazione: non ero nello staff, ma andavo a vedere le partite degli avversari per conto di Eusebio. Dopodiché il rapporto si è intensificato e quando Giancarlo Marini, che era il suo vice, ha preso altre strade, abbiamo iniziato a lavorare insieme nella Berretti del Pescara. Da lì, poi, la promozione in prima squadra e tante altre avventure».
La più bella?
«Non c’è la più bella, ma tanti momenti felici. In primis la promozione del Pescara in serie B, perché vincere a casa dà una soddisfazione particolare. È la squadra della tua città e vedere tanti tifosi felici ripaga delle sofferenze e del lavoro. Poi, certamente la promozione del Sassuolo in serie A, il momento del gol di Missiroli contro il Livorno a Modena. Una grande gioia. E, infine, non c’è nemmeno da dirlo…».
Il 3-0 al Barcellona in Champions League all’Olimpico.
«Sì, in particolare il 3-0 di Manolas. Sensazioni uniche che rimangono impresse nella testa».
Quasi due anni da vice Di Francesco a Roma.
«È una piazza particolare. Non mi piace parlare di singoli episodi, però posso dire che allenare a Roma rappresenta una palestra formativa come ce ne sono poche al mondo, perché sei chiamato a gestire tante dinamiche complicate. Che stimolano il tecnico ad adoperarsi per risolvere le problematiche che si presentano».
Ha parlato molto bene di lei il terzino serbo Kolarov.
«Fare il vice allenatore ti porta ad avere un contatto diretto con i giocatori con i quali instauri un rapporto umano importante. A Roma posso dire di aver intessuto tanti rapporti personali importanti, tra cui quello con Kolarov».
Lo stereotipo del top player ricco e viziato resiste?
«Per quanto mi riguarda, al contrario, ho avuto modo di avere a che fare con grandi professionisti che tengono molto al proprio lavoro e sono attaccati alla maglia».
Un allenatore quante ore dedica al calcio?
«Se è possibile anche 28 ore su 24, lo fa chi ama in maniera viscerale il proprio lavoro. La bravura sta nel capire quando è il momento di staccare per godersi i propri cari, altrimenti rischi di perdere lucidità».
Dove le piacerebbe iniziare?
«La categoria non è una priorità. Io, Eusebio e lo staff abbiamo avuto la possibilità di lavorare in ambienti sani. Quindi, la priorità è quella di trovare un posto e una squadra che abbiano persone di valore e che trasmettano valori. L’obiettivo è quello di fare un calcio costruttivo e per riuscirci bisogna esserlo prima nei comportamenti. Questa è la speranza che ho».
Ora che fa?
«Ho appena finito il corso Master di Coverciano (ha acquisito il patentino che gli permette di allenare fino alla serie A, ndr). Aspetto l’occasione buona…».
@roccocoletti1. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

