Tozzi Borsoi: i miei 40 anni tra gol, passione e aneddoti

Il centravanti del Real Giulianova: «Forse a giugno smetterò davvero»
GIULIANOVA. Domani compirà 40 anni, una vita nel calcio. E gioca ancora con quelli che sono i coetanei del figlio più grande, Mattia (l’altro è Cristian). Mai in B, sempre tra serie C e dilettanti. Romano Tozzi Borsoi, centravanti del Real Giulianova, è stato ed è un assegno in bianco in termini di gol, ovunque. Ha girato tanto e ha sempre lasciato il segno. Anche a Giulianova dove, negli ultimi anni, ha trascinato i giallorossi dalla Promozione alla serie D a suon di gol.
Tozzi Borsoi, che cosa ci fa ancora in campo?
«Negli ultimi 2-3 mesi me lo chiedo anch’io, visto che ho qualche problema fisico che mi tormenta e non mi permette di allenarmi come vorrei. A parte gli scherzi, l’ambiente familiare di Giulianova aiuta ad allungare la carriera. Servono voglia, passione e fisico per giocare fino a 40 anni. Chiaramente, se vuoi fare le cose fatte bene devi avere cura del tuo fisico. Detto ciò, la piazza giuliese pretende sempre il massimo e per essere all’altezza della situazione non puoi mollare di un centimetro».
Romano di nome e di fatto.
«Sono di Roma, quartiere Eur, Spinaceto. Anche se con il tempo mi sono stabilito a Terni. Sono tifoso della Roma».
Però ha conosciuto il calcio vero lontano dalla Capitale.
«Avevo fatto qualcosa nella Roma da bambino, ma non mi piaceva l’ambiente. E poi ero convinto che solo andando fuori potevo fare il calciatore».
E così è stato.
«Sì, a 15 anni sono andato a Udine, mi chiamarono a fare un torneo, a Gradisca, con l’Udinese. Feci bene e mi presero negli Allievi Nazionali. Mi volle Lo Monaco (ora al Catania, ndr). Poi, mi fecero quattro anni di contratto mandandomi in giro in serie C. Mai una presenza in prima squadra».
A vedere la sua carriera sembra uno zingaro del gol?
«I primi anni mi spostavano, solo dopo ho cominciato io a scegliere, cominciando dai due anni a Vercelli».
Quali le tappe principali?
«Sassari, Terni e Perugia le tappe clou della carriera. A Terni ho lasciato il cuore, ho rifiutato tante richieste, anche dalla serie B. Proprio perché volevo portare le Fere in B, non è stato possibile e sono andato a Perugia in quella che considero una delle migliori piazze dove ho giocato; ho vissuto due anni bellissimi con una promozione dalla C2 alla C1 e poi i play off per la B».
Sassari?
«È stata la prima vera esperienza in C1, soprattutto il secondo anno, con Cuccureddu in panchina, ho fatto bene. È stata la stagione più importante, quella che mi ha fatto prendere il volo».
Quanti gol?
«Più di 200».
Che attaccante è?
«Un centravanti atipico, sono grosso, ma non mi sono mai reputato uno che aspetta la palla, mi piace giocarla. Devo toccare la palla tante volte durante la partita per divertirmi».
Mai in serie B, perché?
«Sono stato a Crotone B, nell’estate del 2006, una settimana e poi me ne sono andato perché non mi piaceva l’ambiente. Era l’anno della Juve tra i cadetti e l’allenatore dei calabresi era Gustinetti. Ho resistito una settimana solo perché c’era lui, altrimenti me ne sarei andato prima. Questione di empatia, non mi trovavo bene».
Poi?
«Mi volevano la Salernitana e l’Avellino di Zeman. Ero andato a Milano per firmare con gli irpini in B, ma la Finanza fece irruzione nella sede della Pro Vercelli - la mia società - ci furono dei problemi e vennero bloccati arrivi e partenze. Ma non ho rimpianti, perché anche in C ho giocato in piazze da serie B».
Com’è cambiato il calcio?
«Non voglio dire, come tanti colleghi a fine carriera, che non è più quello di una volta. Oggi il giocatore professionista è più tutelato a livelli economico; quando ho iniziato io era diverso. E poi ci sono le regole sui giovani che hanno fatto abbassare il livello. I giovani devono giocare perché meritano, non per obbligo».
L’annata migliore?
«Il primo a Terni con Favarin e Giorgini allenatori; poi, quelli di San Benedetto e Giulianova che mi hanno dato la possibilità di continuare a giocare con un tifo da serie C».
Nel 2013 dalla C1 all’Eccellenza marchigiana, perché?
«Avevo fatto i play off per la B con la maglia del Perugia, siamo usciti per mano del Pisa. Avevo richieste, ma molte lontane da casa. E così accettai quella della Sambenedettese dove c’erano dei dirigenti che avevo avuto a Perugia in precedenza».
Il gol più bello?
«Con la maglia della Ternana contro la Salernitana, stop di petto, palla aggiustata con il ginocchio e destro al volo con la sfera che s’insacca nell’angolino».
L’allenatore più bravo?
«Mi sono trovato bene con Antonello Cuccureddu, a Sassari, scendevo in campo e giocavo per lui».
Il compagno più forte con cui hai giocato?
«Appiah, mi è rimasto impresso quello che combinava in campo quando ero a Udine. Poi, in serie C, Andrea Deflorio è stato uno dei più forti in assoluto».
Il difensore più tosto?
«Una difesa più che un difensore, quella del Frosinone. Ricordo che i centrali erano Molinari e Antonioli, gente scaltra e di peso. Due armadi cattivi, belli ignoranti».
La stazza fisica imponente tradisce le sue qualità tecniche.
«A dispetto di quello che si può pensare mi piace giocare palla al piede, è normale, poi, che fisicamente con gli anni si cambia».
Che cosa farà dopo la fine del campionato? Va avanti?
«Sto tribolando per concludere bene questa stagione. Sono due-tre anni che dico che questo è l’ultimo e ho proseguito. Questa volta però credo di essere sulla buona strada per smettere. L’ultima parola la darò al presidente Bartolini, ci tengo visto che mi ha dato la possibilità di chiudere la carriera in una piazza importante come Giulianova. Ma se non riesci ad allenarti bene non puoi giocare, è inutile trascinarsi».
E dopo?
«Ho fatto il corso a Coverciano per allenatore. Penso di avere caratteristiche per fare l’allenatore, ma non sono ancora pronto. Serve un percorso di crescita».
Giulianova speciale, perché?
«Mi piacciono le piazze calde, la mia prima esperienza è stata a Battipaglia dove arrivava di tutto in campo. Qui, la gente è esigente, stimola la tua passione, qui ti tengono vivo. È speciale, per l’appunto».
Ai più giovani che cosa dice, visto che negli spogliatoi ha di fronte i coetanei di suo figlio?
«Parlo tanto, io come Federico Del Grosso e Fuschi. Cerchiamo di spiegare come funziona il calcio e le sue regole. Mai mollare, non basta una partita per sentirsi dei campioni, così come non bisogna abbattersi dopo una sconfitta. È il calcio, anzi è la vita».
Parola di Romano Tozzi Borsoi. Buon compleanno!
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