TRAVOLTI DA UN OCEANO DI LACRIME

9 Luglio 2014

di STEFANO TAMBURINI Il risveglio dal sogno sono i volti rigati di lacrime già dopo 26 minuti e il frastuono di uno stadio quasi muto, che anzi fa gli olè ai palleggi rivali. Sì, perché ci sono...

di STEFANO TAMBURINI

Il risveglio dal sogno sono i volti rigati di lacrime già dopo 26 minuti e il frastuono di uno stadio quasi muto, che anzi fa gli olè ai palleggi rivali. Sì, perché ci sono brusii che fanno più rumore di un crollo. A Belo Horizonte va in scena un Maracanazo più duro da digerire dell’originale, quello del 1950, quando all’ultimo atto fu l’Uruguay ad alzare la coppa. Quella coppa che non era ancora in palio ma era quasi come se lo fosse, perché il traguardo era a un passo. Quella coppa da alzare, la sexta, è appena volata via in un oceano di lacrime. Gli occhi velati impediscono di vedere i tedeschi che saltano e ballano con quella maglia un po’ così che sembra il Flamengo. Non che stentino a crederci, anzi: sono arrivati allo stadio che avevano già negli occhi una luce quasi mai vista prima. E sono stati devastanti come nessuno poteva attendersi.

In Brasile invece è il buio. Dormiranno in pochi dopo una batosta così, men che meno Felipao Scolari, uno che quella coppa l’ha già alzata ma non sarebbe stata mica la stessa cosa stavolta. Non dormiranno perché partite come questa restano nell’animo, non se ne vanno, non c’è mai un arbitro che fischia la fine. Neanche quando ne cominceranno altre. In ognuno dei protagonisti, questo Brasile-Germania si giocherà in continuazione, un rullo ossessivo di ricordi, un incubo a occhi aperti. Magari ci saranno altre gioie, un giorno, ma non potranno mai risanare uno shock così. Vien da chiedersi come potrà andare avanti un Mondiale che correva parallelo a questo sogno, dove tutto il resto sembrava una realtà virtuale. Sì, c’è ancora la finalina per il terzo posto ma a chi vuoi che importi adesso. Come fai a spiegarglielo adesso a tutti quelli che cantavano l’inno che dovranno – se avranno la forza – mettersi davanti a un televisore e guardare gli altri rincorrere il “loro” sogno e, alla fine, alzare la “loro” coppa. Sì, la “loro” coppa, perché davvero i brasiliani la sentivano come una cosa dovuta, sentivano che cantare in coro era come spingere quei ragazzi vestiti con la maglia con i colori della speranza. Sentivano che in qualche modo sarebbe bastato. Invece no, a un certo punto, sfogliando il libro dei sogni, hanno girato pagina e hanno visto la scritta o fim. Fine. Ed è stato lì che ogni pallone, in Brasile, ha smesso di avere un cuore.

@s__tamburini

©RIPRODUZIONE RISERVATA