Troppi alti e bassi: una scommessa persa

21 Gennaio 2020

Cambia e ricambia la squadra si è smarrita: storia di Luciano da Pescina voluto dal patron

PESCARA. È la maledizione degli allenatori abruzzesi. Nemmeno Luciano Zauri da Pescina riesce terminare la stagione e il suo nome si aggiunge all’elenco dei tecnici della regione esonerati o dimissionati dall’estate scorsa a oggi. All’inizio Eusebio Di Francesco (Sampdoria) e Marco Giampaolo (Milan); poi, Andrea Camplone (Catania in serie C), Fabio Grosso (Brescia) e, infine, Massimo Oddo (Perugia). Adesso Zauri. 26 punti in 20 partite, 12° posto nella classifica della serie B, per l’allenatore fischiato e contestato domenica scorsa al termine della gara persa in casa contro la Salernitana. Circa un anno fa è iniziato a circolare il suo nome per la panchina del Pescara, quando era ancora alla guida della Primavera (condotta, poi, alla promozione) e Daniele Sebastiani continuava a pungere Bepi Pillon, nonostante la squadra navigasse tra le primissime posizioni. Zauri è stata una scelta del presidente. A lui ha affidato un progetto con una doppia mission: conquistare un posto nei play off e regalare bel gioco al pubblico. Al momento nessuna delle due è stata centrata, anche se non si può parlare di un vero e proprio fallimento. Però, è una scommessa persa, alla resa dei conti. E, forse, proprio per togliere d’impaccio il presidente, che gli ha concesso la grande chance, Zauri ha accettato la soluzione delle dimissioni dall’incarico. Proprio lui che nella conferenza stampa della vigilia, sabato scorso, aveva scongiurato questa ipotesi, ricordando il motto imparato a Coverciano: «Mai dimettersi».
Della gestione Zauri restano impresse le vittorie di Cosenza, Ascoli e Empoli servite a sfatare tabù che resistevano negli anni; il 4-0 inflitto al Benevento, unica sconfitta per la capolista della serie B; il tourbillon di moduli di gioco; e l’utilizzo di ben 33 giocatori dall’inizio del campionato a oggi. Quasi un record. Restano le sensazioni di incertezza e confusione seminate lungo il cammino caratterizzato dai bracci di ferro con i senatori dello spogliatoio. All’inizio con Bruno e Del Grosso, alla fine con Ledian Memushaj, non convocato per l’ultima partita del 2019, pareggiata con il Chievo, dopo il calcio dell’albanese alla borsa dei medicinali al ritorno in panchina, a Livorno, a seguito dell’ennesima sostituzione. Di certo, Zauri (42 anni compiuti proprio ieri) non è stato fortunato visto che ha perso per strada i vari Fiorillo, Palmiero e Tumminello per lungo tempo. Ha lanciato Borrelli, il centravanti che si era messo in luce nella Primavera. Ma solo in parte gli ha ripagato la fiducia. Ha cambiato tanto Luciano Zauri, decisamente troppo. In estate sembrava votato al 4-3-3; i primi alti e bassi in campionato hanno indotto il tecnico a presentarsi ad Ascoli con il 3-5-1-1, poi il passaggio al 4-3-2-1 prima e all’inedito 3-4-2-1 successivamente. A Frosinone è andato addirittura senza centravanti di ruolo. Cambia e ricambia, il giocattolo è sfuggito di mano. Da luglio a ieri sulle montagne russe, alti e bassi. Spesso la sua panchina è apparsa in pericolo, ma è sempre arrivato un risultato positivo a rinsaldarla. Sebastiani indicava il traguardo play off da raggiungere, lui sosteneva che il presidente non gliene aveva mai parlato. A dicembre sembrava sull’orlo dell’esonero: pari in casa con il Trapani, successo a Livorno e pari con il Chievo, sempre all’Adriatico-Cornacchia. Una serie che gli ha permesso di trascorrere la sosta al timone della squadra, ma non di riafferrare con decisione il suo Pescara. Perché, alla ripresa, è bastato il venticello di una sconfitta in casa con tutto il girone di ritorno da affrontare per fare precipitare la situazione. Formalmente, Zauri si è dimesso, così la società ha voluto gestire il divorzio. Ma ormai il presidente Sebastiani aveva deciso che non era più il caso di insistere. E che comunque le strade si sarebbero separate.
@roccocoletti1. ©RIPRODUZIONE RISERVATA