Zauri: quante lacrime prima di vestire l’azzurro

12 Gennaio 2015

«Da Pescina a Bergamo, a 12 anni non vedevo l’ora di tornare a casa»

PESCARA. E' partito dalla Marsica che aveva appena 12 anni, si è fermato a Pescara lo scorso giugno, oggi proprio col club biancazzurro Luciano Zauri è alle prese con una nuova vita nel pallone come allenatore della Berretti.

Alle spalle più di cinquecento partite tra campionati e Coppe, compresa la Champions, l'azzurro della Nazionale indossato anche all'Adriatico, contro la Turchia, la under 18 con futuri campioni del mondo come Pirlo, Totti e Gattuso, tanti momenti felici e forse un solo rimpianto, quello di non aver vissuto in biancazzurro stagioni esaltanti al crepuscolo della sua lunga carriera.

Partiamo dall'inizio allora. Era il 1988…

«C'era un raduno degli allievi a Pescina, organizzato da Bixio Liberale, all'epoca osservatore dell'Atalanta. Io ero a bordo campo, mi misi a palleggiare assieme a mio fratello, alla fine del provino, al quale non avevo nemmeno partecipato, mi dissero che quelli dell'Atalanta avevano scelto proprio me. Avevo 10 anni, mia madre disse che non se ne parlava nemmeno. E così a Bergamo ci andai due anni dopo assieme a Mario Morfeo, fratello di Domenico che il viaggio da Pescina a Bergamo lo aveva già fatto qualche anno prima. Era il 1990, vivevo in convitto, piangevo ogni giorno, sognavo solo di tornare presto a casa dai miei genitori e dai miei amici».

E invece…

«E invece è proprio lì che sono diventato calciatore. La prima maglia azzurra con la under 15, una finale europea con la under 18, Gustinetti, Perico, Prandelli come allenatori, l'esordio in serie A contro la Fiorentina con Emiliano Mondonico, l'anno della svolta con Vavassori. Giocavo in tutti i ruoli, a centrocampo o in difesa, fu Giovanni Vavassori, che mi conosceva da quando ero un ragazzino, a farmi giocare stabilmente da terzino. La mia prima stagione da titolare che oltretutto si concluse con la promozione dell'Atalanta in serie A. L'anno dopo in squadra c'erano pure Inzaghi e Lentini, un trampolino di lancio quello dell'Atalanta che mi ha portato fino alla maglia azzurra. Fu Giovanni Trapattoni a farmi esordire, a Piacenza, contro il Marocco nel 2001, sognai pure di arrivare al Mondiale di Corea e Giappone quando si infortunò Gianluca Pessotto, ma il Trap preferì convocare un centrocampista in più e così restai a casa. La mia esperienza in azzurro oltretutto non si chiuse lì. Trapattoni mi convocò di nuovo, l'emozione più grande la provai al San Paolo contro la Serbia in un match valido per le qualificazioni agli Europei. Con me c'erano Buffon, Nesta, Cannavaro e Del Piero, dall'altra parte Mihajlovic, Mijatovic e Stankovic, finì uno a uno davanti a 50 mila spettatori. Indimenticabile».

Subito dopo, ecco la Lazio: un bel salto…

«Eh sì, già entrare in quello spogliatoio ti metteva soggezione. Peruzzi e Albertini, Stam e Claudio Lopez, Mihajlovic e Stankovic, in panchina Mancini. Mi trovai subito benissimo, il Mancio mi utilizzava esterno alto in un 4-3-3, vincemmo la Coppa Italia battendo in finale la Juventus grazie a un gol di Corradi a Torino».

Alla Lazio, l'anno dopo, ha regalato anche una salvezza ma con un colpo di mano…

«E' vero, era la penultima giornata di campionato, quella con la Fiorentina all'Olimpico era la sfida decisiva. Fu un'azione molto veloce, Peruzzi riuscì a respingere un tiro da fuori, la palla si è impennata e andava sotto l'incrocio, io corsi verso la porta, non ce la feci a colpire di testa e così, istintivamente, la presi con la mano deviandola in angolo. L'arbitro era Rosetti, non vide nulla, le proteste dei viola furono abbastanza blande, preferirono battere subito il corner, finì 1 a 1 e alla fine bastò per evitare il peggio. Onestamente non so se al momento avrei avuto il coraggio di confessare il fallo. Ci sarebbe stato rigore ed espulsione, certo non è un episodio per il quale vado fiero, credo che sia molto simile a quello di Buffon sul gol fantasma di Muntari».

Gli avversari più forti che ha incontrato?

«All'epoca c'era l'imbarazzo della scelta: Figo, Camoranesi, Kaka, in Nazionale il gallese Bellamy che mi ha fatto impazzire, in Champions Raul in un 2-2 con il Real Madrid. E poi, soprattutto, Del Piero, un giocatore unico per qualità e personalità, il mio giocatore ideale, il top in assoluto con il quale oltretutto ho da anni un bel rapporto. Accanto a lui ci metto pure Maldini, un campione della stessa pasta di Alex».

Parliamo degli allenatori. Il migliore?

«In assoluto non saprei chi scegliere, posso solo dire quello che ho più apprezzato dei tanti tecnici che ho avuto la fortuna di incontrare nel corso della mia carriera: Prandelli bravissimo sul piano tattico e nella gestione del gruppo, Delio Rossi grande lavoratore e senz'altro tra i migliori a preparare la partita, Del Neri tra i più attenti ed efficaci per la fase difensiva, Vavassori capace di tirare fuori il meglio dai giocatori anche grazie alla sua umanità, Mancini in grado di compattare giovani e anziani con la sua personalità».

Tanti modelli per uno che si sta appena affacciando al mestiere: obiettivi?

«Per ora ho solo tanta voglia di imparare. Ringrazio la società che mi ha dato questa opportunità e anche Massimo Oddo con il quale ho una collaborazione diretta. Ho bisogno di crescere e di fare esperienza, a giugno spero di prendere il patentino di seconda, il resto lo vedremo strada facendo».

Magari continuando a lavorare con i giovani, sognando un modello che assomigli sempre più a quello che ha scoperto a Bergamo quando eri ancora un ragazzino…

«Beh, credo che quello dovrebbe essere un punto d'arrivo e non soltanto per una società come il Pescara. Il futuro del calcio italiano più che dagli stranieri passa dai giovani. Il modello dell'Atalanta, che è ancora oggi la società che lancia in serie A il maggior numero di giocatori cresciuti nel vivaio, è più che mai attuale. Lì sono partiti con largo anticipo affidando il settore giovanile ad un autentico mago come Mino Favini che già aveva fatto la fortuna del Como; hanno creato una struttura tecnica affidabile puntando parecchio sull'esperienza di ex giocatori della stessa Atalanta, hanno anticipato i tempi realizzando l'impianto di Zingonia; col presidente Percassi hanno ulteriormente potenziato gli investimenti per il settore. Un modello senz'altro da imitare a patto ovviamente che questo lavoro e questo percorso abbiano come fine ultimo quello di preparare un serbatoio per la prima squadra. Lì ovviamente serve soprattutto coraggio», il pensiero di Luciano Zauri. «E il Pescara di oggi, almeno sotto questo aspetto, mi sembra che sia sulla buona strada…».

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