«Zdenek è felice e si vede già la sua mano»

21 Febbraio 2017

Parla Baiano, il bomber del “Foggia dei Miracoli”: «A lui devo tutto: a Roma era triste, a Pescara no»

PESCARA. «Appena finita la partita del mio Varese, ho chiesto al mio collaboratore: “Oh, il Pescara? Che ha combinato il boemo?” Quando mi ha detto il risultato ho pensato tra me e me, “Il maestro è tornato”. Sono felicissimo per il Pescara». Ciccio Baiano ha fatto grande il Foggia dei Miracoli e deve la sua scintillante carriera da bomber di razza a Zdenek Zeman. Nel Foggia del boemo giocò 2 stagioni (1990-1992) con “Sdengo”, che lo schierò nel tridente offensivo con Giuseppe Signori e Roberto Rambaudi. In rossonero due stagioni scintillanti in cui realizzò 38 gol, ottenendo la promozione in Serie A e vincendo il titolo di capocannoniere del campionato cadetto con 22 reti. Nell’estate del 1992, dopo la cura-Zeman, passa alla Fiorentina per 10 miliardi di lire. Ora allena il Varese (serie D) e si ispira al boemo

Se le dico Zeman, lei a cosa pensa?

«A lui devo tanto, è un maestro. Ha riacceso una piazza come Pescara. La salvezza è difficilissima, ci vorrebbe quasi un miracolo, ma ora la squadra non ha nulla da perdere e deve coltivare la speranza. I giocatori devono fidarsi delle sue direttive»

Anche sei carichi di lavoro sono durissimi, vero?

«Sicuramente, ma poi in campo si vedono i risultati. Zeman è una macchina da guerra, basta solo seguirlo alla lettera per raccogliere i frutti del lavoro settimanale».

Ha rivisto le immagini di Pescara-Genoa?

«Certo. Almeno in un paio di gol si vede il marchio zemaniano. I movimenti sono i suoi e sono stati bravi i calciatori ad assimilare i suoi schemi in così pochi giorni»

Quanto può dare ancora Zeman al calcio italiano?

«Tantissimo. Lui è più innovativo di tanti altri. Le squadre in Europa adesso giocano come il Foggia giocava 30 anni fa: triangolazioni e l’attacco dello spazio. Zeman è un pioniere e non è un caso se tanti allenatori studiano il suo calcio».

Quali giocatori possono fare bene con lui?

«Caprari, che mi assomiglia come caratteristiche e ruolo, ma dico anche Cerri e Benali. Loro tre faranno faville, come gli stessi terzini».

Ha fatto bene a tornare in riva all’Adriatico?

«Sì, assolutamente. A Roma non lo vedevo felice e ricordo che ebbi questa impressione quando andai a trovarlo a Trigoria. C’era qualcosa che non andava, mentre a Pescara lo vedo contento. Per lui questa esperienza è una missione, d’altronde come il resto della sua carriera».

Il suo ricordo più bello del boemo?

«Quando parla è ficcante e la squadra deve cambiare il modo di pensare al calcio. A Foggia, per esempio, facevo due gol la domenica e il martedì mi presentavo al campo per la ripresa, accampando delle scuse dovute a dei dolori muscolari per non allenarmi. Lui mi guardava, anzi mi fulminava con lo sguardo, e diceva. “Lui domenica ha fatto gol e non si allena”, oppure, mi punzecchiava sul fatto che mi presentassi per ultimo agli allenamenti. “Siccome hai fatto gol arrivi per ultimo?”. Mi ha cresciuto e devo tanto a lui, perché mi ha insegnato la cultura del lavoro».

(l.d.m.)

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