Abusi sulla nipote, condannato a 8 anni

Il processo e la sentenza dopo la denuncia della vittima che 10 anni dopo racconta quello che ha subito da ragazzina
TERAMO. C’è un filo conduttore con cui il pm Laura Colica lega la sua requisitoria: «In questa aula sono emersi particolari e circostanze che una persona non può tenere insieme senza che siano veri». Riempono tutti gli spazi e bastano per raccontare la verità giudiziaria di un processo di primo grado che si chiude con una condanna ad 8 anni per un uomo teramano imputato di violenza sessuale sulla nipote all’epoca dei fatti minore di 14 anni. I fatti risalgono ad un periodo compreso tra il 1998 e il 2001. Ma solo quando lei è diventata maggiorenne e ha lasciato la famiglia per andare a vivere all’estero ha trovato la forza e il coraggio di denunciare. «Per avere giustizia», ha detto quando è stata sentita in videoconferenza. Giustizia e nient’altro. Perchè questa giovane donna cresciuta tra paura e vergogna ha scelto di non costituirsi parte civile «perchè non voglio soldi, non voglio niente». Solo dimenticare e sopravvivere. Lo spiega bene, con il rigore e la conoscenza di chi ormai da anni si occupa di storie di minori, il pm Colica nella sua lunga requisitoria: «E’ una persona attendibile nella sua sofferenza che ha iniziato un percorso terapeutico». Che da ragazzina, dopo i continui abusi dello zio, un giorno lascia in cucina un foglio con il nome dell’uomo. La mamma capisce, intuisce. Lo dice al marito. Organizzano una riunione di famiglia con il congiunto sotto accusa: credono alle parole della figlia, ma decidono di non denunciare per il nome della famiglia. Lo zio non frequenta più la casa, ma gli abusi non si dimenticano. E a scuola un insegnante si accorge che quella ragazzina si porta dentro un dolore infinito. Intuisce, parla con i genitori. Che sanno, ma non denunciano ancora. Fino a quando lei cresce, diventa maggiorenne, va all’estero. «Perchè», racconta nella sua audizione, «se io fossi rimasta in Italia mi sarei suicidata». Così come ha tentato di fare due volte. Poi la terapia e la denuncia nel consolato italiano della città estera in cui oggi vive. Denuncia dettagliata con i particolari degli abusi nella cantina, nella stalla, nella macchina, quelle avvenute in casa tutte le volte che lo zio andava a trovarla approfittando del fatto che i genitori erano fuori per lavoro. Circostanze di luogo e di tempo confermate dai tanti testi sfilati nel lungo processo: gli stessi genitori, i vicini di casa, gli insegnanti, la sorella che nella sua audizione racconta di essere stata anche lei vittima degli abusi sessuali dello zio. «Tutto a confermare la piena attendibilità della vittima» puntella il pm al termine della requisitoria in cui chiede la condanna ad otto anni. Una richiesta che il collegio (presidente Giovanni Spinosa, a latere Roberto Veneziano e Carla Fazzini) accoglie in pieno. Ora il caso si sposta in Appello.
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