Accoltellò la moglie, si uccide in carcere

La vittima è il 36enne macedone in cella dopo il tentato omicidio di Capestrano, un’ora prima aveva parlato con il fratello
TERAMO. Un’ora prima aveva avuto un colloquio via Skype con il fratello: l’ultima tappa prima di una scelta senza ritorno dopo quelle dieci coltellate alla moglie. Jeton Bislimi, 36enne macedone, in carcere da novembre dopo aver tentato di ammazzare la donna nella loro casa di Capestrano e successivamente aver cercato di uccidersi con dei farmaci, si è tolto la vita nel bagno di una cella del penitenziario di Castrogno. Le lenzuola usate come cappio e un biglietto di poche righe per chiedere di riconsegnare tutte le sue cose ai familiari: il resto lo metterà nero su bianco l’inchiesta aperta dalla Procura che ha disposto per oggi l’ispezione cadaverica.
L’allarme lanciato
dal compagno di cella
A dare l’allarme, nel primissimo pomeriggio, è stato il detenuto compagno di cella dell’uomo che si trovava nella sezione protetti. È stato lui, al rientro dopo essere stato nella scuola interna dell’istituto, a fare la scoperta: il corpo in bagno con il cappio fatto con le lenzuola. I soccorsi sono stati immediati e in poco tempo sono intervenuti gli agenti e gli operatori del 118 che in tutti i modi hanno provato a rianimare l’uomo. Tutti i tentativi si sono rivelati vani: per il 36enne non c’è stato nulla da fare. Dopo la segnalazione al pm di turno sono intervenuti i carabinieri che con gli agenti di polizia penitenziaria hanno avviato i primi accertamenti per una ricostruzione della dinamica. L’uomo ha lasciato un biglietto scritto in macedone indirizzato ai familiari per chiedere che tutte le sue cose vengano riconsegnate ai familiari senza far nessuno riferimento al tentato omicidio. Successivamente in carcere è intervenuto l’anatomopatologo Gina Quaglione per un primo esame rinviando ad oggi, su delega del sostituto procuratore di turno Laura Colica, l’ispezione cadaverica. È ipotizzabile che già subito dopo questo esame la Procura teramana dia il nulla osta per la sepoltura senza disporre l’autopsia.
la protesta dei sindacati
e il sovraffollamento
Il suicidio del detenuto nel carcere teramano, il primo dell’anno e l’ennesimo degli ultimi tempi, riaccende la protesta dei sindacati degli agenti di polizia penitenziaria che tornano a denunciare il sovraffollamento del penitenziario teramano (oggi i detenuti sono 406) e la carenza degli agenti. «È il decimo detenuto che si toglie la vita in Italia in questo 2024 che sembra essere iniziato peggio dei precedenti, nei quali si erano raggiunte cifre record di 84 suicidi nel 2022 e 69 nel 2023», dice Gennarino De Fazio, segretario generale della Uilpa penitenziaria, «la campana ormai suona quasi ogni giorno nelle carceri e suona per tutti noi, salvo per quanti sembra si ostinino a non volerla udire. Il ministro della giustizia Nordio e il Governo Meloni prendano compiutamente atto della grave emergenza e varino un decreto carceri per consentire cospicue assunzioni straordinarie, con procedure accelerate». Dice Donato Capece, segretario generale del Sappe: «Siamo costernati ed affranti: un detenuto che si toglie la vita in carcere è una sconfitta per lo Stato e per tutti noi che lavoriamo in prima linea. Si tenga conto che in quel momento c’era in servizio un solo agente per 100 detenuti. Chiunque, ma soprattutto chi ha ruoli di responsabilità politica e istituzionale, dovrebbe andare in carcere a Teramo a vedere come lavorano i poliziotti penitenziari, orgoglio non solo del Sappe e di tutto il corpo ma dell’intera nazione».
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