Accuse all’ex marito in aula: «Affamava me e le nostre figlie»

9 Giugno 2023

Afghana racconta in aula: «Matrimonio combinato dai parenti, lo stipendio perso ai videopoker» Dopo la denuncia, l’ospitalità in una casa protetta: «Mi diceva che avrebbe ucciso le due bambine»

TERAMO. È una vertigine indicibile di dolore e rabbia. Perché raccontare non è mai facile. Lo sa bene la donna che davanti ai giudici srotola la cronaca di anni di maltrattamenti e botte dell’ex marito «che giocava i soldi dello stipendio alle macchinette e lasciava me e le nostre due figlie senza il denaro per mangiare».
Lei, un’afghana di 33 anni, racconta di quel matrimonio tra cugini combinato tra le famiglie come «tradizione nel mio Paese», dell’arrivo in Italia, del marito che lavorava come operaio e che quando usciva di casa chiudeva lei e le bambine dentro casa «perché non aveva piacere che io uscissi e io per non farlo arrabbiare facevo quello che voleva». E poi ancora le botte con il manico della scopa a lei e alle bambine, il terzo figlio morto a nove mesi di gravidanza «perché non mi ha mai portato a fare una visita ginecologica» e le minacce dell’uomo quando lei, grazie ad alcuni vicini, chiama i carabinieri: «Ucciderò le nostre figlie e porterò i loro corpi nel Paese d’origine».
L’audizione della donna come parte offesa dà il via al processo per maltrattamenti all’uomo imputato davanti al collegio presieduto dal giudice Francesco Ferretti (a latere Mariangela Mastro e Enrico Pompei).
La donna, che dopo la denuncia e la fuga è stata ospitata in una casa protetta, oggi racconta che ha un lavoro e che le piace tanto cucinare «le cose buone che piacciono alle bambine». Non vede e non sente il marito da tre anni e nel frattempo il tribunale per i minori le ha assegnato la custodia esclusiva delle bambine, revocando la sospensione genitoriale all’uomo. E lei, affiancata da una traduttrice ma pronta a mettere insieme frasi in italiano, al pm d’udienza Monia Di Marco che le chiede perché non ha denunciato subito racconta: «Avevo paura per le mie figlie, lui mi diceva che senza di lui non potevo fare niente perché non sapevo la lingua, non avevo un lavoro, non avevo soldi. Mi diceva che mi avrebbero tolto le bambine, che non le avrei più riviste».
Si torna in aula a dicembre per l’audizione dei nuovi testi citati dalla Pubblica accusa tra cui i componenti della famiglia pakistana vicina di casa che, racconta la donna, «mi hanno aiutato molto e mi hanno dato il coraggio per denunciare quello che io e le mie figlie stavamo subendo».
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