Acqua a rischio, l’allarme degli esperti

2 Novembre 2018

I super consulenti della Procura: «L’Istituto superiore della sanità deve valutare prima ogni esperimento dell’Infn»

TERAMO. Pagine e pagine, 199 per l’esattezza, per raccontare quello che non va nel sistema acqua del Gran Sasso. Per mettere nero su bianco che gli esperti «non ritengono che i sistemi di protezione delle zone di captazione posti in essere siano completamente idonei a proteggere le acque destinate all’uso potabile e, quindi, al consumo umano, dai rischi di contaminazione». È nei sopralluoghi, nelle tante videoispezioni, nell’acquisizione di centinaia di verbali che la consulenza redatta dai tre super esperti incaricati dalla Procura teramana (quella da cui è nata l’inchiesta per inquinamento ambientale con dieci indagati tra i vertici dell’istituto di fisica nucleare, Strada dei Parchi e Ruzzo Reti) fotografa una realtà fatta di rischi e procedure ignorate.
L’ACQUA A SCARICO. Consegna una certezza su quell’acqua che ormai dai giorni dell’emergenza di maggio 2017 viene già messa a scarico: «A parere degli scriventi la presenza di potenziali sorgenti di serie contaminazioni sulle aree che dovrebbero essere di tutela, la complessità del sistema carsico rendono inopportuno la distribuzione ad uso idropotabile delle acque raccolte all’interno dei laboratori Infn, stimate pari a circa 100 L/s nella documentazione acquisita (con punte stimate nel corso dei lavori fino a 250 L/s). Tale inopportunità potrebbe eventualmente essere superata nelle stagioni critiche, a fronte di controlli rigorosissimi, ad oggi poco efficace».
SEPARARE LE RETI. I super esperti Sabino Aquino, Vincenzo Belgiorno e Domenico Pianese lo ripetono più volte: «La necessaria netta separazione tra le due reti (la prima di captazione e di convogliamento fino al sistema idrico gestito dalla Ruzzo Reti delle acque destinate all’uso idropotabile; la seconda di drenaggio e di convogliamento fino al Fosso Gravone, previo eventuale trattamento delle acque non destinate all’uso idropotabile ma destinate più allo scarico) non appare adeguatamente garantita dai sistemi realizzati nel tempo e attualmente in esercizio». E sottolineano «la palese e frequente commistione tra le acque di falda presenti nei primi strati del sottosuolo – potenzialmente contaminabili in conseguenza di eventi accidentali scarsamente probabili ma, comunque, possibili (quali: incidenti nella galleria sinistra del traforo del Gran Sasso comportanti l’eventuale coinvolgimento di automezzi/autobotti trasportanti sostanze pericolose; incidenti nelle gallerie dei laboratori nazionali del Gran Sasso) – e le acque destinate ad uso idropotabile».
I LABORATORI INFN. Sull’argomento esperimenti e laboratori Infn gli esperti sono chiari quando scrivono che «le attività che si ritengono urgenti sono riferite ad una valutazione delle opportunità di mantenimento degli esperimenti in corso da parte dell’Istituto superiore della sanità e la valutazione preventiva dei nuovi esperimenti previsti da parte dell’Istituto superiore della sanità». Specificando a questo proposito: «Per quanto attiene il monitoraggio delle acque immesse in rete, le informazioni acquisite hanno mostrato la particolare attenzione che, in riferimento alle specifiche imposte dal Sian, viene proposta per quanto relativo alle acque drenate all’interno dei laboratori dell’Infn che prevedono, indipendemente dai controlli in continuo con stazioni fisse, dei campionamenti di elevata frequenza «per effettuare un controllo che escluda la presenza di potenziali materiali usati negli esperimenti e delle altre sostanze che potrebbero inferire con la qualità dell’acqua. La complessità delle sperimentazioni messe in essere dai laboratori Infn, la gran mole di sostanze pericolose stoccate all’interno di aree la cui connessione con la falda non ha condizioni di adeguata e certa separazione fanno ritenere tale approccio non pienamente soddisfacente ad assicurare l’idoneità delle acque distribuite». E aggiungono: «Lo stesso mantenimento nelle sale dei laboratori di quantità rilevanti di rifiuti liquidi sembra inadeguato a contenere i rischi eventualmente conseguibili da eventi incidentali di qualunque natura».
LA PRECAUZIONE. I super esperti invocano il ricorso al principio di precauzione. Ovvero, così come ormai da tempo imposto dal diritto comunitario, «l’obbligo alle autorità competenti di adottare provvedimenti appropriati al fine di prevenire i rischi per la salute pubblica, per la sicurezza e per l’ambiente, ponendo una tutela anticipata rispetto al consolidamento delle conoscenze scientifiche, anche nei casi in cui i danni siano poco conosciuti o potenziali». Per la giurisprudenza comunitaria, infatti, «si possono adottare misure di protezione senza aspettare la dimostrazione della realtà e della gravità dei rischi».
©RIPRODUZIONE RISERVATA