«Acqua del Gran Sasso, controlli sempre efficaci»

Sentito durante il processo l’ex dirigente della Ruzzo Reti Giambuzzi: «Nel 2014 chiedemmo invano riunioni alla Regione»
TERAMO. Il filo conduttore è sempre lo stesso: un sistema acquifero messo continuamente a rischio dalla convivenza forzata con strutture quali laboratori di fisica nucleare e gallerie autostradali dell’A24. E visto che la cronaca riannoda sempre i fili, è proprio alla vigilia di una lunga serie di chiusure nel traforo del Gran Sasso – proprio per l’avvio della prima fase dei lavori per la messa in sicurezza dell’acquifero – che nel maxi processo in corso per l’acqua davanti alla giudice monocratica Claudia Di Valerio l’audizione di uno dei dieci imputati riporta in primo piano i tempi di una situazione conosciuta da decenni e ancora mai sanata. Dice l’ingegnere Domenico Giambuzzi (difeso dagli avvocati Gennaro Lettieri e Duccio Araclio), imputato nella sua veste di responsabile tecnico della Ruzzo Reti e ora in pensione, l’unico che si sottopone all’esame in aula: «Già nel 2014 come Ruzzo inviammo svariate lettere di sollecito alla Regione chiedendo un tavolo tecnico con tutti gli enti interessati per affrontare il problema delle conseguenze dei lavori di tinteggiatura all’interno del traforo. Non ci fu risposta». E ancora sulla questione dei primi lavori di messa in sicurezza realizzati dopo il 2002 dall’allora struttura commissariale guidata da Angelo Balducci: «Per quei lavori furono spesi 110 miliardi di cui solo 20 per l’acquedotto. A intervento concluso, nella relazione finale lo stesso Balducci scrisse che i lavori fatti non erano assolutamente sufficienti a risolvere il problema». Giambuzzi ha evidenziato i 2.000 controlli l’anno garantiti dalla Ruzzo Reti sul sistema acqua nell’ambito del piano di autocontrollo «che», ha detto, «ha sempre funzionato».
Nel procedimento, che vede dieci imputati tra i vertici dell’Istituto di fisica nucleare, Strada dei Parchi e Ruzzo, la Procura contesta i reati di inquinamento ambientale e getto pericoloso di cose. Il processo è nato da un’inchiesta scattata nel 2017 che ha posto sotto la lente di ingrandimento di investigatori e inquirenti l’intero sistema Gran Sasso, evidenziando quello che la Procura ha definito come un permanente pericolo di inquinamento delle acque. Si torna in aula a novembre con i testi delle difese.(d.p.)

