Acqua Gran Sasso, c’è l’inchiesta bis

La Procura teramana ha trasmesso degli atti a quella aquilana per fatti avvenuti anche sull’altro versante
TERAMO. Per il codice di procedura uno stralcio, nei fatti una seconda inchiesta sull’acqua del Gran Sasso. La Procura di Teramo, prima di chiudere le indagini, ha trasmesso alcuni atti alla Procura aquilana per competenza territoriale. Si tratta di fatti che si sarebbero verificati nella parte dell’Infn che ricade sul versante aquilano e per cui deve procedere l’autorità giudiziaria competente territorialmente. La notizia di un altro fascicolo compare anche nel recente decreto di sequestro di alcune opere di captazione (a firma del gip Roberto Veneziano) laddove si legge: «essendo in corso nell’ambito di altro fascicolo processuale mirati accertamenti tecnici ed approfondimenti investigativi».
L’inchiesta della Procura teramana sul sistema acqua del Gran Sasso, aperta in seguito a quei drammatici giorni dell’emergenza potabilità del maggio 2017, ha delineato un contesto di leggi ignorate con un costante pericolo di inquinamento. Va però precisato che il sequestro di quelle opere di captazione sigillate dal Noe venerdì mattina non ha conseguenze sull’erogazione per i cittadini visto che già dal 2017, subito dopo l’emergenza potabilità, quelle acque sono state messe a scarico e dunque non finiscono nella rete idrica.
Nell’indagine portata avanti dai pm Greta Aloisi, Stefano Giovagnoni e Davide Rosati (coordinati dal procuratore Antonio Guerriero) sono finiti in dieci, tra cui i vertici dell’Infn, della Ruzzo Reti e della Strada dei Parchi, con accuse (tutte da dimostrare in un eventuale dibattimento) che vanno dall’inquinamento ambientale al getto pericoloso di cose. Con, ipotizzano i magistrati, un pericolo permanente per la salubrità delle acque a causa di un inadeguato isolamento delle opere di captazione e convogliamento di quelle destinate ad un uso potabile. A fare da filo conduttore all’attività di inquirenti e carabinieri del Noe di Pescara la corposa consulenza dei tecnici nominati dalla Procura, tre super esperti di sistemi idrici e ambientali e che in passato si sono occupati ai disastri della Terra dei fuochi e della frana di Sarno.
Secondo i pm tutti gli indagati, così si legge nell’avviso di conclusione «abusivamente cagionavano o comunque non impedivano ed, in ogni caso, contribuivano a cagionare o a non impedire un permanente pericolo di inquinamento ambientale e, segnatamente, il pericolo di compromissione o deterioramento significativo e misurabile delle acque sotterranee del massiccio del Gran Sasso». In particolare la Procura contesta ai vertici dell'Infn di aver mantenuto in esercizio i laboratori senza aver verificato se vi fosse «un adeguato isolamento idraulico delle opere di captazione e convogliamento delle acque destinate ad uso idropotabile ricadenti nella struttura rispetto alle limitrofe potenziali fonti di contaminazione».
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