«Aiutateci a salvare il nostro bambino»

22 Marzo 2022

Nuovo appello della mamma ucraina e del padre di Sant’Egidio per il piccolo di sei anni che vive a Kherson con i nonni

SANT’EGIDIO ALLA VIBRATA. Non esiste la distanza dalla paura quando tuo figlio di sei anni è sotto le bombe. Daria, ucraina, 44 anni, di cui venti trascorsi in Italia con un lavoro da badante, è di Kherson, una delle città conquistate dai russi e dove ieri i militari hanno lanciato granate sulla folla di civili durante una protesta. Daria e il suo compagno Vittoriano Talvacchia, padre del piccolo, vivono a Sant’Egidio alla Vibrata e da qui ormai da giorni attendono e lanciano appelli per riabbracciare il bimbo che vive con la nonna materna proprio nella città ucraina.
Sono in contatto con la Farnesina, ma fino ad oggi non è stato ancora possibile fare niente. «Non possono uscire in alcun modo dalla città, le carovane delle persone in fuga vengono fermate», dice Daria, «io non dormo più, non riesco più a vivere con il pensiero di non poter abbracciare mio figlio che è sotto le bombe. Ci aggrappiamo al fatto che riusciamo a parlarci ogni giorno, perché per fortuna le linee telefoniche hanno sempre funzionato. Speriamo sempre che vengano attivati corridoi umanitari almeno per anziani e bambini, niente è stato fatto. Intanto in città i viveri scarseggiano, per comprare il pane bisogna fare ore di file e i prezzi ormai sono alle stelle. Mio figlio ha capito che sta succedendo qualcosa di brutto e quando sente qualcosa corre a nascondersi nella vasca da bagno».
Daria e il suo compagno hanno anche pensato di andare direttamente, ma tutto è bloccato. «Impossibile entrare», dice, «impossibile farli uscire con treni o autobus. Stiamo vivendo un inferno e per questo lanciamo un appello anche alle autorità locali di Sant’Egidio affinchè ci aiutino, si mobilitino per smuovere qualcosa. Non è possibile rimanere fermi mentre lì sta succedendo di tutto e può capitare ancora di tutto». Il piccolo non è mai stato in Italia. È nato in Ucraina e poi per questioni lavorative e anche per problemi con i documenti è rimasto a vivere temporaneamente con la nonna materna. «Io non lo vedo da un anno e mezzo, ma lo sento tutti i giorni, gli mandiamo i soldi e avevamo deciso di andare a riprendere il bambino», dice Talvacchia, «dovevamo andare a Natale, ma poi per impegni di lavoro della mia compagna abbiamo rimandato il viaggio a dopo le feste. A casa ho i biglietti già prenotati, ma poi è successo quello che è successo e non siamo potuti più partire. Se fossimo andati, magari ora saremmo tutti qua in Italia. Ma nessuno di noi avrebbe mai potuto immaginare che la situazione precipitasse in questo modo e in così poco tempo».Ora le lacrime prendono il posto delle parole e le mani stringono forte vecchie foto di loro tre insieme.
©RIPRODUZIONE RISERVATA