Alba, sparò in bocca all'amico: in Appello pena ridotta a 26 anni

18 Aprile 2015

In primo grado era stato condannato all'ergastolo, cade l'aggravante dei motivi futili e abietti

ALBA ADRIATICA. La procura generale esclude l’aggravante dei motivi futili e abietti, l’unico in assenza di quello della premeditazione ad ancorare la condanna di primo grado all’ergastolo con isolamento diurno. Ed è, molto probabilmente, proprio partendo da questo che la Corte d’appello dell’Aquila riduce a 26 anni la pena per Hysemy Perparim, albanese di 23 anni, accusato di aver sparato in bocca ed ucciso il connazionale Leven Ferra all’esterno di un bar di Alba Adriatica.

Dopo quasi tre ore di camera di consiglio la sentenza di secondo grado prende forma nella lettura del dispositivo con cui la corte (presidente Luigi Catelli, a latere Armanda Servino) accoglie, applicando una ulteriore riduzione, la richiesta del procuratore Romolo Como che di anni ne aveva chiesti 28. Le motivazioni saranno depositate tra sessanta giorni. Il 20 ottobre del 2012 Perparim colpì a morte con tre colpi di pistola, di cui uno in bocca, il connazionale seduto al tavolo di un bar di viale della Vittoria ad Alba Adriatica. Secondo la procura teramana (titolare del fascicolo il pm Davide Rosati)si trattò di un regolamento di conti tra clan albanesi, abruzzesi e marchigiani che si contendevano il mercato della prostituzione e della droga. Nel processo di primo grado i giudici togati e popolari (presidente Giovanni Spinosa, a latere Roberto Veneziano) hanno escluso la legittima difesa invocata dai legali del giovane albanese (rappresentata in quell’occasione dagli avvocati Paola Pedicone e Alessandro Angelozzi).

L'imputato, sia durante gli interrogatori sia nell’audizione in aula, ha sempre ripetuto che era andato all'incontro con la vittima per fare pace, che aveva sparato perchè in preda al panico e ha chiesto perdono ai familiari della vittima. Perparim dopo aver sparato e ucciso Ferra esplose altri due colpi di pistola contro altri due guardaspalle della vittima che lo colpirono con tre coltellate. L'imputato fuggì sanguinante, fu soccorso e ricoverato in ospedale dove rimase per un lungo periodo. Fu il guanto di paraffina sulle sue mani a farlo identificare come l'autore del delitto. I familiari della vittima (rappresentanti dall’avvocato Maurizio Cacaci) si sono costituiti parte civile, mentre in appello l’imputato è stato difeso dagli avvocati Gianfederico Cecanese e Agostino De Caro del foro di Campobasso. I legali, una volta conosciute le motivazioni, annunciano ricorso in Cassazione. «La sentenza di appello per noi è un ottimo risultato», dice Cecanese, «ma questo caso presenta ancora molti punti oscuri da chiarire».

©RIPRODUZIONE RISERVATA