Allarme animali selvatici Razzie e danni alle colture

Grido di allarme da Valle Castellana: «Qui i cinghiali stanno distruggendo tutto» La Cia: «Avanzano anche cervi, caprioli e lupi. La politica deve intervenire»
TERAMO. Il divieto di circolazione lascia campo libero agli animali selvatici e alle loro razzie nelle coltivazioni. Non è un problema nato con l’emergenza coronavirus, ma la necessità di limitare gli spostamenti all’essenziale per contenere la diffusione del contagio lo ha accentuato portandolo a proporzioni drammatiche.
A darne testimonianza è il raccolto di Battista Caterini, assessore all’agricoltura del Comune di Valle Castellana. «In questi ultimi giorni sono stato contattato da tanti coltivatori del nostro territorio», spiega, «che lamentano quotidiane invasioni nei loro campi, con gli animali selvatici che non solo mangiano i semi, ma rovinano anche i terreni con il loro passaggio mettendo a rischio di futuri raccolti». Soprattutto cinghiali, sottolinea l’amministratore, si aggirano indisturbati fino alle aree abitate e danneggiano le coltivazioni «anche grazie al fatto che, per colpa dell’emergenza sanitaria, non c’è quasi nessuno in giro e difficilmente si imbattono nell’uomo». Le ripercussioni negative, al punto da mettere in ginocchio le loro aziende agricole, investono sia i coltivatori che gli allevatori. Tra le storie di «ordinaria disperazione», come le definisce Caterini, c’è quella di Nunzia Tomassina Ignazii di Santa Rufina, una frazione di Valle Castellana, «che dopo aver piantato il foraggio per i suoi bovini ha visto il terreno distrutto dall’attacco di diversi cinghiali». L’allevatrice rischia di non poter alimentare il suo bestiame in estate. Caterini sollecita, dunque, un intervento immediato da patte della Regione e di altre istituzioni sia per sostenere economicamente le aziende danneggiate, sia per il contenimento della fauna selvatica.
L’allarme è raccolto ed esteso da Donato Di Marco, direttore per Teramo e L’Aquila della Cia, confederazione degli agricoltori. «Il problema dei danni alle colture e agli allevamenti è diffuso su tutto il territorio», osserva, «e senza dubbio accentuato dall’emergenza». Le coltivazioni sono minacciate e spesso devastate non solo dai cinghiali, che restano comunque i più dannosi, ma anche da cervi e caprioli, la cui popolazione è in aumento e si ciba di frutta e gemme o scorteccia gli ulivi. A favorire la proliferazione della fauna selvatica è stato anche l’inverno mite e con quella degli ungulati è cresciuta di conseguenza anche la presenza dei lupi e degli ibridi incrociati con cani randagi. «Ormai non stanno solo in montagna», avverte, «esistono gruppi stanziali nei pressi di Teramo, hanno conquistato territori a Castellalto e Notaresco e sono stati avvistati in pratica fino al mare». La situazione descritta da Di Marco è tutt’altro che tranquillizzante per allevatori e coltivatori. «Gli animali nocivi stanno cambiando il territorio», scandisce il direttore, «non si può più coltivare perché distruggono tutto e a subire danni sono soprattutto piccoli imprenditori che non possono neppure chiedere i risarcimenti». La caccia selettiva al cinghiale, al di là delle restrizioni imposte dal distanziamento sociale, non risolve il problema. «Servono misure eccezionali», conclude Di Marco, che fa appello alla politica regionale: «Forse non ha compreso la gravità della situazione, che è destinata a peggiorare con conseguenze anche sanitarie, per le malattie trasmesse ai bovini al pascolo, e turistiche per i rischi relativi alla sicurezza, se non s’interviene in modo deciso».
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