Ancarano, in tre patteggiano per il maxi rogo alla Italpannelli

27 Ottobre 2017

Si tratta di due operai e del titolare di una ditta esterna che stavano facendo dei lavori in fabbrica Secondo l’accusa avrebbero usato la saldatrice senza alcuna cautela innescando l’incendio

ANCARANO. Tre patteggiamenti chiudono, almeno dal punto di vista giudiziario, il caso del rogo all’Italpannelli, lo stabilimento di Ancarano dove nel marzo scorso divampò un incendio che distrusse quasi completamente il capannone provocando danni per venti milioni Per quel disastro, che fece scattare anche un allarme ambientale durato alcuni giorni, la Procura ha indagato due operai (non dello stabilimento) e il titolare di una ditta esterna alle quali la Italpannelli aveva dato l’incarico di realizzare una tubatura per il gas.
Si tratta di tre ascolani, residenti a Folignano: Vittorio Cervone di 65 anni, Fiorenzo Girolami di 58 e Fabrizio Cervone di 33 anni, tutti accusati di incendio colposo( difesi dall’avvocato Massimo Comini del foro di Ascoli). Ieri, davanti al gup Domenico Canosa, i primi due hanno patteggiato un anno ed 8 mesi, mentre il terzo un anno e 6 mesi. Quel 29 marzo del 2016 i tre operai stavano lavorando su un soppalco all’interno dello stabilimento utilizzando una saldatrice per fissare la tubatura a una staffa di acciaio zincato. L’uso della saldatrice era stato consentito dalla Italpannelli, a patto però che venissero prese delle precauzioni. Indicazioni scritte nel documento unico di valutazione dei rischi (Duvri), predisposto dall’azienda in ottemperanza alla legge sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. Il documento, come si legge nel capo di imputazione, «pur consentendo alle ditte incaricate di effettuare operazioni di saldatura, prescriveva tassativamente di delimitare con idonei schermi i posti di saldatura, di allontanare dai posti di saldatura i materiali combustibili e di evitare che scintille di materiale incandescente potessero cadere su materiali infiammabili». Una serie di cautele che secondo l’accusa fu «del tutto omessa». Infatti, stando sempre alla ricostruzione del disastro fatta dal pm Stefano Giovagnoni, sul soppalco dove i tre stavano lavorando con la saldatrice c’erano alcune bobine di poliolefine (una pellicola trasparente di plastica) e un metro cubo di guarnizioni in spugna: fu sufficiente che alcune scintille di acciaio zincato finissero su questo materiale perché questo prendesse rapidamente fuoco. Ne scaturì un incendio che si sviluppò su una superficie di oltre 15mila metri quadrati. Da qui l'accusa per i due di incendio colposo, in quanto secondo la Procura non avrebbero rispettato il documento unico di valutazione dei rischi da interferenza, secondo il quale avrebbero dovuto delimitare con schermi idonei le operazioni di saldatura ed allontanare dall' area interessata i materiali infiammabili. Accusa, quella di incendio colposo, contestata anche a Fabrizio Cervone, titolare della ditta per la quale lavorava Vittorio Cervone, la cui colpa, secondo la Procura, è stata quella di non aver vigilato e non aver informato l'operaio delle cautele che avrebbe dovuto adottare.
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