Aquilani davanti al giudice: «Non ho truffato nessuno»

5 Febbraio 2021

È ai domiciliari nell’inchiesta sui falsi documenti per i permessi di soggiorno Per l’accusa ha creato aziende finte per consentire a 80 stranieri di rimanere 

TERAMO. Ha risposto alle domande del giudice, ha dato la sua versione dei fatti, si è soffermato su alcuni particolari e ha tenuto a precisare: «Io non ho truffato nessuno». È durato circa due ore l’interrogatorio di garanzia di Francesco Aquilani, il 69enne ragioniere di Civitella Del Tronto con studio a Sant’Egidio alla Vibrata finito ai domiciliari nell’ambito della maxi inchiesta su presunti falsi documenti per i permessi di soggiorno e che vede 94 indagati. L’uomo, assistito dall’avvocato Giandonato Morra, ieri pomeriggio è comparso davanti al giudice Lorenzo Prudenzano. Dice il legale, che si è riservato sulla presentazione di eventuali istanze: «Il mio assistito ha risposto alle domande del giudice fornendo i chiarimenti richiesti».
Secondo l’accusa (il fascicolo è del sostituto procuratore Stefano Giovagnoni che ha delegato la guardia di finanza che ha operato in sinergia con l’ispettorato del lavoro) il professionista, che già in passato è stato coinvolto in vicende simili, in concorso con un avvocato (che è indagato) sarebbe riuscito ad ottenere indebitamente il rinnovo del permesso di soggiorno a circa 80 extracomunitari. Il tutto sarebbe avvenuto attraverso una cospicua falsa documentazione relativa a contratti di lavoro, comunicazioni di instaurazione di rapporti di lavoro e buste paga riconducibili a tre aziende esistenti solo sulla carta. Dalle indagini, durate circa due anni, è emerso anche che la falsa documentazione, oltre ad essere usata per il rinnovo del permesso di soggiorno, sarebbe servita anche per conseguire, sempre indebitamente, varie indennità ed erogazioni previste sia per maternità sia per disoccupazione. Sempre secondo l’accusa l’uomo sarebbe risultato anche amministratore di due società che curano la contabilità e gli aspetti fiscali di alcune delle ditte in cui erano stati contrattualizzati gli extracomunitari. Questo avrebbe consentito al professionista, sempre secondo l’accusa, di emettere fatture per operazioni inesistenti. Le aziende secondo la Finanza «costituite fittiziamente», di cui una riconducibile allo stesso professionista, sarebbero servite ad alimentare un giro di fatture per operazioni inesistenti per un totale di 340mila euro, emesse a supporto di prestazioni di lavoro mai effettuate, che venivano annotate in contabilità da cinque aziende riconducibili nella titolarità e nella gestione allo stesso ragioniere.
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