Araclio: questa città si è involuta ma la cultura può farla rinascere

30 Dicembre 2018

Il regista racconta cinquant’anni di teatro: dagli spettacoli alla Fratellanza artigiana a “Spazio tre” «All’inizio ci guardavano come fossimo marziani, ma poi curiosità e intelligenza hanno prevalso»

TERAMO. «La città si è involuta, terremoto a parte». Occorrono sguardi molto acuti per capire questo tempo, per contendere all’oblio il cosa siamo stati, il cosa siamo diventati e il cosa potremmo essere. Perché se la storia grande fa i suoi giri nelle metropoli, Silvio Araclio è l’esempio di come i prodigi si consumino altrove. Senza stereotipi.
A Teramo – in un ’68 iniziato con quel “maggio francese” che avrebbe travolto il resto del mondo – il giovane regista Araclio ed altri irruppero «in una grigia provincia» stravolgendo il teatro tradizionale, scandendo storie e identità con intelligenza e passione. Con la testa e con il cuore, passando dalla regia di opere teatrali a quella di opere liriche, da collaborazioni Rai a premi di poesia che hanno varcato i confini regionali. Un viaggio di cinquant’anni destinato a lasciare una traccia indelebile con quello “Spazio tre” diventato negli anni memoria e storia di tutti: una scuola con attori arrivati sulle scene nazionali, uno sperimentalismo ricordato nei libri di storia del teatro, una fonte inesauribile di energia culturale. Ma soprattutto una finestra aperta sul trascorrere del tempo nella città passata dalle visite di Pier Paolo Pasolini ad imperanti aperistreet. Perché il vuoto si riempie sempre, è una legge di natura.
Cosa è rimasto della Teramo con Pasolini e Moravia, tanto per citarne alcuni?
«Di quegli anni non resta niente. Teramo non è più una città ma una cittadina, terremoto a parte. Paga anche i contraccolpi di scelte di politiche economiche che nel tempo l’hanno affossata. Negli anni il tentativo di fare qualcosa di diverso non è stato colto e tutte le idee che ci sono in questo momento ripetono se stesse perché se c’è una cosa che dimostra la bontà del lavoro fatto è solo il tempo. E se c’è qualcosa a cui il tempo dà sempre ragione è l’intelligenza. Teramo è una città fortemente conservativa, ma può avere quell’attenzione particolare che fa la differenza anche se le generazioni sono cambiate. Quando cinquant’anni fa iniziammo in città c’era un grande silenzio ma l’attenzione per noi ci fu da subito, dai primi appuntamenti in un ex convento trasformato in teatro. E questo può dire molto sull’essere teramani».
La scuola di teatro come nacque?
«Nel 1980, dopo aver occupato insieme ad altri uno spazio in vicolo degli Ulivi che in seguito il Comune ci concesse per un periodo, decisi di far nascere una scuola di teatro. Erano gli anni di spettacoli molto complessi, diventati nel tempo espressione dello sperimentalismo che viene ricordato nel libro “La storia del teatro in Abruzzo” di Franco Celenza».
Come vi rispose la città cinquant’anni fa?
«Eravamo degli astronauti, dei marziani arrivati chissà da dove. Cominciammo con i primi lavori sperimentali nei locali dell’allora Fratellanza artigiana. Iniziammo con Ionesco, un testo da scomporre. Fu una scommessa vinta. Eravamo comunque qualcosa di nuovo e questo allora venne percepito dalla città che ci guardava e mi guardava come protagonisti di un contropotere. Era una città molto conservatrice ma nello stesso tempo anche curiosa e questo, molto probabilmente, all’epoca ci permise di vincere una scommessa sicuramente difficile per quei tempi. Cominciammo ad avere un pubblico. Poi esplodemmo con un’opera di Sofocle portata in scena nell’ex convento. I primi cinque anni furono incredibili con un entusiasmo e una forza che fecero la differenza. Successivamente allestimmo “La Tempesta” di Shakespeare e questo segnò l’inizio di una grande avventura in un contesto socio politico che si era improvvisamente animato. Erano nati diversi centri culturali, il premio Teramo cominciava ad avere, all’epoca, una sua precisa identità a livello nazionale. La gente cominciava a vivere anche attraverso la cultura. Furono anni davvero importanti e formativi».
Perchè una rinascita deve puntare sulla cultura?
«La cultura siamo noi. Anzi è la parte migliore di noi. È storia, identità, radici. Un complesso sistema di saperi e restituisce un po’ di sano orgoglio ad una città da troppo tempo immobile. Mi sembra naturale che da questo si debba partire per guardare ad un futuro».
Eppure parliamo di una città che ha espresso contemporaneamente due stagioni teatrali.
«Sicuramente una cosa positiva e io sono stato contento che ci fossero due stagioni».
Scriveva Carlo Bo nel 1987 che il premio Teramo «è un patrimonio di affetti, di memorie, e anche un valido contributo alla letteratura italiana, perché questo premio si distingue in quanto premio all’inedito, premio dedicato ai giovani. E chi percorre l’elenco dei premiati prima di tutto deve congratularsi con le giurie che hanno indicato - e non soltanto ai cittadini di Teramo e agli abruzzesi - le nuove leve, le nuove forze. Sono tra i nomi più belli della letteratura degli ultimi trenta anni». Per anni lei ne ha curato la regia. Oggi cosa resta del premio?
«Continuo a pensare che manchi di editorialità e oggi non ne vedo un futuro. Penso che avrebbe bisogno di forze nuove e non di resistenze. Negli anni è passato di mano in mano tra politici e galoppini di turno. Ha lasciato spazio ad altri premi letterari. I rilanci non si fanno perché non si sta giocando alla roulette. Improvvisare non serve a niente a nessuno. Ci vuole programmazione e non basta che tu abbia un’idea per far sì che sia buona. Tutte quelle che ci sono in questo momento sembrano ripetere se stesse».
In questi cinquant’anni Araclio ha fatto tutto quello che avrebbe voluto?
«Ho fatto sempre quello che ho voluto, nel bene e nel male. Oggi credo di aver dato alla città, con i miei compagni di viaggio, il meglio che potevamo, di aver messo a disposizione il mio piccolo patrimonio di conoscenze e sapere. In tutto ho cercato di mettere amore, senza cattiveria. A Teramo, anche attraverso la scuola, vedo giovani ricettivi che però vanno via perché qui non trovano spazi per la loro curiosità. Ma il passato, il passato di questa città, a cominciare proprio dalla nostra esperienza, racconta che le intelligenze ci sono. Vanno solo intercettate e fatte rimanere».
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