Mosciano Sant’Angelo

Arrostiland, in queste terre conta la “Ritornanza”

7 Aprile 2026

Le comunità dove pulsa la vita sono come la brace che si ravviva: l’editoriale del direttore 

MOSCIANO SANT’ANGELO. Di tante storie ve ne racconterò una, che contiene una morale. Ma prima seguitemi in presa come se fossimo in diretta: arrivo a Mosciano poco dopo mezzogiorno. I volontari mi fanno parcheggiare in un piazzalone. Neanche il tempo di chiudere la macchina, ero già sulla navetta: sette minuti dopo entravo dentro la festa, ritrovandomi insieme ad altre 20mila persone (e altri stavano ancora arrivando). Per realizzare un successo contano anche i tempi, la logistica, l’organizzazione. E allora entro nella sala di controllo del Comune, che pare il set di un film poliziesco: un mega schermo multi quadro con tutte le telecamere che tenevano sotto controllo ogni angolo nevralgico della città. La modernità al servizio della festa. Sul ponte di comando c’è il sindaco Giuliano Galiffi – t-shirt del gregge del municipio – uno che rinuncia al giro d’onore del palco per controllare le ultime fasi della festa.

Arrivano Mirko e Donatella, il vicesindaco e l’assessora che non dormivano da tre giorni. Lei: «Ero in ansia, poi alle dieci ho capito che la festa aveva preso il suo giro. Che non sarebbe accaduto nulla». Troverete i dettagli e le storie di questa edizione, insieme all’immagine splendida di una cittadinanza che apre ogni porta e ogni finestra per partecipare al rito civile e laico dell’arrostita. Era come ritrovarsi in un grande struscio enogastronomico, una cosa a metà fra la fiera, l’alta moda della sartoria carnivora e una piazza affari delle fornacelle: ognuno con il suo gregge, con le sue rostelle, la sua musica. Un grande effetto discoteca.

Ti offrono un arrosticino e dietro c’è sempre una storia: da dove viene, chi fa, chi lo cuoce. Degli arrosticini di fegato di Farindola ho già scritto giovedì, è stato come ritrovare dei vecchi amici, per me è un ricongiungimento familiare. Dovrei dirvi quale rito di amicizia celebravano quelle stecche, ma vi annoierei. Invece devo raccontarvi di una bottiglia di Ratafià artigianale che a un certo punto ha iniziato a girare nel nostro angolo di Arrostiland, ballava di mano in mano come una medicina provvidenziale di fine pasto. Ecco, se chiedevi a chi te la porgeva da dove arrivasse quel liquore scoprivi che lo faceva un quarantenne, Davide Valerio, e se poi andavi a cercare Davide scoprivi che è di Montebello, che si era trasferito a Milano, che ci ha passato più di un ventennio della sua vita, che ha avuto successo come manager di un’azienda.

Ma scoprivi anche che poi, come racconta lui stesso, qualcosa era cambiato. «Sono tornato nell’Abruzzo da cui sono partito all’inizio del secondo lockdown. Pensavo di trovarmi bene, a Milano, una città per certi versi perfetta. Però…». Però? «Però rimettere piede a casa, in quel momento della mia vita, era come recuperare tutto quello che senza saperlo mi mancava: sapori, odori, colori. La terra e la brace». E la Ratafià? «Ecco, lo senti questo sapore denso di ciliegia? Questa è una spremuta di frutta: poco alcol, pochi zuccheri, il sapore potente della ciliegia fermentata. Qui si essicca e si fermenta solo con il sole e il vento. E...».

Sorride: «Questo liquore, insieme a tutti gli altri frutti della nostra terra, ti cambia il sangue: Milano, la città che ti ha fatto crescere e che hai amato, improvvisamente diventa estranea. E tu a un certo punto non puoi che tornare». Come? «Telelavoro. Tutto quello che facevo lì, adesso lo faccio qui». Ed ecco l’ultima morale incandescente cucinata nelle braci di questa edizione di Arrostiland: le comunità dove pulsa la vita sono come la brace che si ravviva: come e più della “Restanza”, in queste terre conta la “Ritornanza”.

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