Artigianato, crollo in provincia: chiuse tremila aziende in 10 anni

Lo studio della Cgia di Mestre colloca il Teramano al terzo posto in Italia per tasso di mortalità di ditte Caro affitti, tasse, scarso ricambio generazionale e nuovi sistemi di vendita tra le cause della flessione
TERAMO. Tasse e costi in aumento, scarso ricambio generazionale e concorrenza del commercio online. Sono i fattori che colpiscono l’artigianato, falcidiando le imprese attive sul territorio. A rivelarlo è un’indagine dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre che nel desolante panorama nazionale attribuisce un posto di particolare rilievo al Teramo. La provincia rientra, infatti, nel ristretto novero dei tre territori che hanno fatto registrare la mortalità maggiore di aziende negli ultimi dieci anni. Le province più colpite dalla riduzione del numero degli artigiani, secondo lo studio, sono state Rovigo (2.187 ditte in meno, pari a un calo del 22,2 per cento), Massa-Carrara (con 1.840 aziende per il 23 per cento), Teramo (2.989 imprese in meno, pari a 24,7 per cento), Vercelli (meno 1.734, pari al 24,9 per cento) e Lucca (meno 4.945, pari al 25,4 per cento). Delle 103 province monitorate nell’ultimo decennio, solo Napoli ha registrato una variazione positiva (più 58, pari al 0,2 per cento).
LAVORI IN ESTINZIONE
L’Ufficio studi della Cgia indica anche i mestieri artigiani maggiormente in declino. Si tratta di autoriparatori, calzolai, corniciai, fabbri, falegnami, fotografi, impagliatori, lattonieri, lavasecco, materassai, orafi, orologiai, pellettieri, restauratori, ricamatrici, riparatori di elettrodomestici, sarti, stuccatori, tappezzieri e tipografi. A fronte di questi ci sono, però, attività artigiane in espansione riferite all’area della cura della persona e all’informatica. Nel primo, ad esempio, la Cgia registra un forte aumento di acconciatori, estetisti, massaggiatori e tatuatori. Nel secondo, invece, rientrano sistemisti, addetti al web marketing, videomaker ed esperti in social media. L’incremento delle ditte in questi settori, però, non compensa le chiusure in quelli storici dell’artigianato: il saldo, dunque, è fortemente negativo.
LE CAUSE DEL CROLLO
A determinare la netta flessione, sempre stando a quanto riporta lo studio della Cgia di Mestre, ci sono una serie di concause. Tra queste spiccano l’impennata degli affitti e della pressione fiscale, ma anche la carenza di giovani che si avvicinano ai mestieri artigiani tradizionali, ma anche la contrazione del volume d’affari provocato dalla concorrenza della grande distribuzione e anche dal commercio elettronico. Negli ultimi dieci anni, dunque, il numero di titolari, soci e collaboratori artigiani iscritti all’Inps, secondo la Cgia, è crollato di quasi 281.9251 addetti. Il cedimento delle piccole attività di vicinato, tra l’altro, spopola i centri abitati e mette in difficoltà soprattutto anziani e fragili che fanno più fatica a rivolgersi a alla grande distribuzione e al cosiddetto e-commerce.
LE CONTROMISURE
La Cgia evidenzia nello studio anche iniziative destinate a frenare l’emorragia. Molti comuni, ad esempio, si sono fatti carico dei costi per la consegna a domicilio dei prodotti acquistati nei piccoli negozi. Maggiore efficacia, secondo l’analisi, avrebbero l’azzeramento dei tributi locali per le attività artigianali e l’attivazione di tavoli locali di concertazione tra le associazioni di categoria degli artigiani e dei proprietari di immobili per fissare canoni concordati e ulteriori sostegni. (g.d.m.)
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