Auto incendiata a due avvocati: «Non fate quel pignoramento»

25 Giugno 2022

La Procura indaga due teramani (padre e figlio) per il reato di tentata estorsione in concorso Per l’accusa il genitore avrebbe telefonato spacciandosi per un calabrese e rivendicando il rogo 

TERAMO. La Procura ha messo un primo punto fermo con un avviso di conclusione di indagini. Il che significa che tutti gli accertamenti ritenuti necessari sono stati svolti e che, per l’autorità giudiziaria, va perseguita una ipotesi di reato di tentata estorsione contestata a due teramani, padre e figlio, nell’ambito di un’indagine che vede come parti lese due avvocati che si sono ritrovati con la macchina incendiata. Secondo l’autorità giudiziaria (il fascicolo è del pm Greta Aloisi) quell’incendio sarebbe stato rivendicato da uno dei due indagati, il padre, in una telefonata minatoria fatta fingendo di essere qualcuno che chiamava dalla Calabria a uno dei due avvocati che avrebbe dovuto avviare una procedura di pignoramento per conto di un suo cliente nei confronti dell’altro indagato.
I fatti sarebbero avvenuti nel novembre del 2021 e l’indagine è nata dopo la denuncia dei due professionisti impegnati in una procedura esecutiva, cioè un pignoramento, su incarico di un cliente nei confronti di uno dei due indagati, ovvero il figlio. Un pignoramento di poco più di 4mila euro per un credito vantato dal primo nei confronti del secondo. Dopo il principio d’incendio divampato nella macchina di uno degli avvocati, quest’ultimo una sera avrebbe ricevuto sul suo telefono cellulare una chiamata da un uomo che avrebbe detto di telefonare da Cirò Marina, una cittadina calabrese. Dall’altro capo del telefono gli avrebbe detto: «Non devi fare il pignoramento altrimenti a te e tua moglie manderemo altri segnali. Quello che è già successo non è stato un incidente ma un segnale. Con il prossimo potresti rimanere sulla sedia a rotelle. Per adesso ci avete rimesso la macchina, ma la prossima volta potrebbe andare peggio. Quel pignoramento non deve essere fatto. Ti è andata bene con la macchina, ma potrebbe succedere qualcosa di grave a voi».
Secondo la Procura a fare quella telefonata dal suo cellulare sarebbe stato il genitore (al figlio viene contestata la partecipazione morale). Oltre che per tentata estorsione (al figlio è contestata la partecipazione morale), l’uomo è accusato anche di violazioni delle leggi sulla detenzione delle armi e, in particolare, di averle detenute omettendo di assicurarne la custodia con ogni diligenza. Nel corso di una perquisizione domiciliare, infatti, nell’abitazione di quest’ultimo le forze dell’ordine hanno trovato 9 fucili e munizioni in una cassapanca priva di chiusura e tre pistole custodite tra camera da letto e altre stanze. Gli indagati sono assistiti dall’avvocato Gianni Falconi.
©RIPRODUZIONE RISERVATA