Banche locali addio Adesso le decisioni si prendono altrove

Dopo Popolare e Tercas l’aggregazione di Bcc Teramo a Roma farà perdere l’ultimo aggancio diretto col territorio
TERAMO. Era il polo bancario d’Abruzzo. Teramo era la città delle banche. Delle “sue” banche, quelle che in città avevano la sede legale e reale, i consigli di amministrazione, le direzioni generali. In città e in provincia avevano la testa e il cuore, vere banche del territorio, che negli anni d’oro monopolizzavano il mercato del credito. A cavallo tra gli anni 80 e 90 la Cassa di Risparmio della Provincia di Teramo e l’allora Banca Popolare Abruzzese Marchigiana raccoglievano da sole quasi l’80 per cento dei depositi di tutta la provincia. Alle altre banche restavano le briciole. La loro presenza era strategicamente orientata in gran parte sul fronte degli impieghi, perché per quanto riguarda la raccolta i teramani – che dovessero aprire un conto corrente o un libretto di risparmio o acquistare titoli – si rivolgevano in massa alle banche di casa.
Nel 1996, quando per iniziativa di Antonio Tancredi aprì anche la Banca di Teramo di credito cooperativo il quadro fu completo. Sebbene di dimensioni non paragonabili agli altri due istituti, la Bcc di Teramo contribuì per la sua parte a rafforzare quel ruolo di polo creditizio abruzzese che la città e la provincia continuavano ad esercitare.
Tutto questo ora non c’è più. L’ultimo atto si sta consumando proprio in questi giorni con le trattative in corso per la fusione della Banca di Teramo con la Bcc di Roma, un’operazione che se andrà in porto cancellerà l’ultimo residuo di localismo del sistema creditizio teramano.
La prima a perdere tale caratteristica fu la Banca popolare Abruzzese Marchigiana – sorta dalla fusione della Banca Popolare di Teramo e Città Sant’Angelo con la Banca Popolare di San Benedetto del Tronto – quando nel 1994 si fuse con la Banca Popolare Pesarese Ravennate per dare vita alla Banca Popolare dell’Adriatico. La sede legale restò a Teramo, ma le decisioni venivano prese a Pesaro. Le successive vicende degli assetti bancari italiani hanno portato all’attuale Banca dell’Adriatico spa del gruppo Intesa-San Paolo, con un solo elemento di continuità: la presidenza, dai tempi della Banca Popolare di Teramo e Città Sant’Angelo è sempre rimasta al teramano Giandomenico Di Sante.
Per quanto riguarda la Tercas la data della svolta è quella del maggio 2012,quando la banca viene commissariata ed esce di scena lo storico presidente Lino Nisii. L’acquisizione da parte della Banca popolare di Bari, perfezionata nell’estate 2014 non è stata altro che l’esito di un percorso praticamente obbligato. Nell’ultimo bilancio da banca ancora teramana, quello del 2011, nonostante la crisi fosse nel pieno della sua virulenza, la Tercas aveva registrato una raccolta complessiva di quasi 6 miliardi di euro, con 4 miliardi e mezzo di impieghi.
Adesso non si tratta di fare un funerale e nemmeno di fermarsi all’amarcord, ma di certo il fatto che il sistema creditizio teramano abbia cambiato pelle ha i suoi riflessi. Peri risparmiatori, per le famiglie, ma soprattutto per le imprese. «C’è poco da fare, ormai si è persa quella connotazione di banca del territorio», osserva il presidente di Confindustria Abruzzo Agostino Ballone , «attenta all’evoluzione dell’economia della città e della provincia. Oggi abbiamo degli interlocutori che non sono tanto sensibili al “campanile”». Ora, aggiunge Ballone, l’accesso al credito è regolato in maniera più “professionale”, che vuol dire anche più asettica, anche perché sono cambiate le regole. «Ma quella componente localistica che faceva pendere l’ago della bilancia verso le imprese ora non c’è più. Prima c’erano rapporti diretti con le banche, mentre ora le decisioni vengono prese altrove. C’era soprattutto una maggiore conoscenza delle imprese, che non si limitava all’analisi dei numeri; c’era anche la conoscenza del management, della storia aziendale, delle sue potenzialità. Però vedo che adesso la Tercas si sta riorganizzando, la nuova proprietà si è attivata per recuperare la clientela storica».
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