Bancomat esplosi, banda a processo

Rito abbreviato per nove, respinte le eccezioni sulla competenza territoriale
TERAMO. La banda dei bancomat va a a processo con il rito abbreviato. Ieri mattina, respinte tutte le eccezioni preliminari sollevate dai vari difensori soprattutto in relazione alla competenza territoriale, il giudice Sergio Umbriano ha ammesso i nove che ne hanno fatto richiesta fissando per il 20 marzo l’udienza per le discussione.Tra questi Pietro e Michele Intenza, padre e figlio rispettivamente di 42 e 21 anni, originari di Foggia ma da tempo residenti a Tortoreto, considerati dagli investigatori i basisti della banda. ono stati loro, in un recente incidente probatorio chiesto dal pm proprio per cristallire le accuse già fatte nel corso di un precedente interrogatorio in carcere, a raccontare come si muoveva il gruppo tra appostamenti, sopralluoghi e “prove generali”. Per la Procura i due, che hanno rapporti di parentela con un componente della banda, in alcune occasioni avrebbero ospitato i banditi in trasferta. Banditi che, secondo i carabinieri del reparto opertivo che li hanno individuati dopo scrupolose indagini, sono professionisti del crimine accusati di aver fatto esplodere dieci bancomat nel Teramano, nell’Ascolano e in Toscana. Tutti esperti nel maneggiare esplosivi, super veloci nell’arraffare i soldi e nella fuga spesso facilitata dai chiodi lanciati in strada per fermare gli inseguitori e tutti provenienti da Cerignola, grosso centro in provincia di Foggia. L’accusa contestata è quella di associazione a delinquere finalizzata ai furti, detenzione di materiale esplodente e danneggiamento. A capo dell’associazione la Procura mette Massimo Furio, 38enne che, ricostruiscono i militari, organizzava e promuoveva i colpi procurando mezzi di trasporto, telefoni cellulari e schede telefoniche spesso attivate proprio a ridosso dei colpi visto che l’uomo gestiva un negozio di telefonia. Ed è un’associazione, quella tratteggiata nelle quattrocento pagine di ordinanza firmata all’epoca dal gip Roberto Veneziano su richiesta del pm Davide Rosati, che pur non appartenente a nessuna organizzazione criminale, ha un modus operandi da malavita organizzata: non solo nelle gerarchie, ma anche nel sostenere le spese legali di chi viene arrestato e quelle di sopravvivenza dei familiari con una parte dei ricavi dai colpi. (d.p.)
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