Banda della coca, in otto dal giudice

13 Dicembre 2016

Gli albanesi arrestati nella maxi inchiesta sullo spaccio chiedono di patteggiare

TERAMO. Nelle intercettazioni si vantavano di aver fatto diventare il Teramano come la Colombia. Nove mesi dopo la maxi operazione antidroga che portò sei albanesi in carcere e quattro all’obbligo di dimora, l’inchiesta finisce in udienza preliminare e in otto chiedono di patteggiare. Questo l’esito dell’udienza che si è svolta ieri mattina davanti al gup Franco Tetto. A portare la banda davanti al giudice l’inchiesta firmata dal pm Andrea De Feis: sotto accusa fratelli, cugini, moglie e marito residenti a San Nicolò, tutti appartenenti ad un stesso nucleo familiare dedicato allo spaccio che, secondo la procura, in un anno avrebbe movimentato un giro di soldi di circa 500mila euro. Professionisti dello spaccio, tutti con permesso di soggiorno e tutti senza lavoro, pronti anche a recarsi agli appuntamenti con i clienti portandosi i figli di 2 o 3 anni. Decine i clienti che ogni giorno si rivolgevano al gruppo per avere la sostanza stupefacente (solitamente cessioni da un grammo o due) pagando in contanti, ma spesso anche a rate quando non riuscivano a saldare. Perchè nel lungo elenco di clienti che ogni giorno chiamava per avere la cocaina c’era di tutto, a cominciare dall’uomo della porta accanto: operai, artigiani, baristi, camerieri, qualche piccolo imprenditore e poi ancora l’impiegata, la studentessa universitaria. Il gruppo, secondo la procura, aveva diviso lo spaccio in tre zone: quella di San Nicolò, Bellante e Campli; quella di Teramo, San Nicolò, Canzano, Castellalto e Montorio; quella di Giulianova, Roseto e Mosciano. La cessione delle dosi, da marzo a giugno 2015 ne sono state conteggiate 1500 per un introito di 120mila euro, avveniva quasi sempre negli stessi posti: in prossimità di un fiume, di una rotonda, di un bar, di una pizzeria.(d.p.)

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