"Basta Italia", a 52 anni va a lavorare nel Liechtenstein

5 Aprile 2017

Un artigiano edile: «Dopo una vita in cantiere oggi nel mio Paese non ho più né tutele né sicurezze»

NOTARESCO. Prima di essere mille altre cose questa è la storia di un uomo che non si arrende. «A 52 anni ricomincio in un Paese straniero perchè nel mio non ho più tutele nè sicurezze»: Domenico Saccomandi, teramano di Notaresco, una vita trascorsa nei cantieri come artigiano edile, riparte dal principato del Liechtenstein, esattamente dalla capitale Vaduz. Perchè è in questo fazzoletto di terra tra la Svizzera e l’Austria, in uno dei Paesi più ricchi al mondo come Pil pro capite, che da oggi ha scelto di vivere e lavorare. «Una scelta obbligata» precisa mentre è alla prese con gli ultimi bagagli. Obbligata dalla crisi che ha cancellato certezze e speranze, demolito progetti e ispirazioni.

E nell’età in cui in altri tempi si poteva cominciare ad immaginare un futuro da pensionati, questo artigiano edile riparte da zero. Perchè il mondo cambia in fretta e non sempre troviamo le parole giuste per descriverlo. «Io so solo che mentre in Italia è stato impossibile andare avanti perchè da un certo momento in poi tutto è cambiato», dice Saccomandi, «in un Paese straniero hanno investito sulla mia persona, sulle mie capacità. Ho mandato un curriculum ad un’azienda privata, lo hanno valutato e mi hanno chiamato per un colloquio. Dopo il colloquio è arrivata un’assunzione a tempo indeterminato con possibilità di avanzamento. Questo mentre nel mio Paese nessuno guarda alle capacità e le banche ti stritolano».

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Un investimento sulla fiducia. Perchè in un mondo che tutto centrifuga e troppo anestetizza i ritmi della crisi scandiscono la storia di Domenico. Artigiano prima, imprenditore dopo: di quelli cresciuti nei cantieri con il mestiere imparato da ragazzo, di quelli con la ditta e i piccoli appalti. «Dal 2002 al 2009», racconta, «ho avuto una società nel settore edile. Io e un altro. E’ andato tutto bene, poi tra il 2007 e il 2008 abbiamo cominciato a sentire la crisi. Il lavoro era sempre di meno, la quantità degli appalti privati scendeva. Sono uscito dalla società, ho scelto di andare avanti da solo. Ma è stato tutto sempre più difficile. Mi sono ritrovato con dei debiti, in tutto meno di quarantamila euro. In un altro Paese un imprenditore sarebbe stato aiutato, non in Italia. Dove, a cominciare dalle banche, non c’è stato nessun sostegno. E allora le strade sono due: o soccombere o reagire. Io ho scelto di reagire, di andare avanti, di ricominciare fuori dall’Italia che oggi non offre più niente».

Ripartendo da quel Paese dove Saccomandi è già stato nel 1988, quando per qualche tempo ha lavorato nel Principato dove oggi vive e lavora uno dei suoi figli. «La mia famiglia è sempre stata al mio fianco», sottolinea, «e questo ti dà una grande forza. Tra qualche tempo mia moglie mi seguirà».

Perchè nei tempi dei giovani italiani con la valigia in mano pronti ad inseguire il futuro in terre straniere, si può decidere di ricominciare all’estero anche non avendo più vent’anni. «Quella dei giovani che vanno fuori Italia è una realtà che conosco benissimo», racconta Saccomandi, «visto che i miei due figli sono uno a Londra e uno nel Liechtenstein. Per i ragazzi è giusto e normale perchè oggi sono cittadini del mondo. Ma mi chiedo se sia giusto che questo nostro Paese non faccia niente per chi come me, e tanti altri nella mia condizione, ha lavorato per anni pagando le tasse e creando opportunità di sviluppo. Perchè oggi questa professionalità non trova più spazio ed è costretta ad andare fuori?». Nessuno ha ancora risposto a Domenico e a tutti gli altri.

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