Bimba morta a tre anni Il giudice: si poteva salvare

Le motivazioni della condanna della pediatra per il caso di Sara Rapini: «Il medico ha agito con trascuratezza, negligenza ed imperizia»
TERAMO. Riaffiorano le parole del padre nel giorno della sentenza: «La mia Sara non torna». Perchè nessuna condanna può mitigare il senso di ingiustizia di un genitore che sopravvive alla morte di un figlio. Soprattutto quando per la verità giudiziaria di un processo di primo grado «esiste un indissolubile nesso causale tra il decesso della bambina e la mancata corretta terapia che avrebbe dovuto essere somministrata alla paziente da parte della pediatra Mariangela Ferrari: il comportamento dovuto avrebbe con ragionevole certezza scongiurato l’exitus della piccola».
Al giudice Giovanni Cirillo bastano 17 pagine per motivare la condanna ad un anno e sei mesi (più 200 mila euro di provvisionale immediatamente esecutiva alla famiglia della piccola) della pediatra Mariangela Ferrari, 45 anni, originaria di Chieti, (all’epoca dei fatti in servizio a Sant’Omero) per l’omicidio colposo di Sara Rapini, morta a tre anni il 27 dicembre del 2009 all’ospedale di Ancona dopo una disperata corsa in ambulanza da quello Val Vibrata. Uccisa da una sepsi, una infezione non diagnosticata che, secondo i periti nominati dal tribunale, l’hanno portata a morire disidratata. «La pediatra Ferrari», scrive il giudice a pagina 11, «agendo con trascuratezza, negligenza, imperizia, ha violato altresì la leges artis da ravvisarsi nelle linee guida del Pals (Pediatric Advanced Life Supporti) in tema di esame obiettivo, così incorrendo in profili di colpa specifica oltre che generica. Il rispetto puntuale delle prescrizioni in tema di gestione del paziente disidratato ha determinato l’omessa rilevazione, peraltro agevole, di evidenze cliniche sintomatiche di una fase di iniziale shock da disidratazione in quel momento ancora compensato e dunque trattabile». E’ un pronunciamento che trae linfa da numerose sentenze della Cassazione quella che porta il giudice a scrivere: «Per tutti i medici vale il principio di diritto affermato dalla Cassazione secondo cui in tema di responsabilità per delitto colposo nell’esercizio della professione medica, la vita umana è un bene primario che va salvaguardato sopra ogni cosa e ad ogni costo per cui il medico ha l’obbligo rigoroso, morale e giuridico, di adottare tutte le misure e di adoperare tutti i mezzi, che la scienza e la sua stessa professionalità gli consentono per accertare con la massima esattezza possibile lo stato fisiopatologico del paziente». E ancora: «Nel caso di specie è stato dimostrato che l’omessa diagnosi tempestiva di shock settico compensato ha di fatto determinato l’evento morte. La violazione delle regole cautelari generiche e specifiche di diligenza e perizia da parte della pediatra ha impedito che la grave infezione presente in un paziente di tre anni gravemente disidratato fosse diagnosticato e ciò ne ha infine comportato, dopo circa sei ore dalla presa in carico, l’improvvisa fibrillazione ventricolare che conduceva a morte la piccola in pochi minuti, nonostante i disperati tentativi salvifici posti in essere dai medici dell’ospedale di Ancona. Il principio cui deve attenersi il medico quando non è grado di formulare una diagnosi è quello della massima cautela possibile ed in questa rientra anche il tempestivo trasferimento presso un centro clinico maggiormente attrezzato e specializzato, in assenza del quale sussiste colpa professionale sotto il profilo del difetto di diligenza, prima ancora che vengano in rilievo eventuali profili di imperizia o di imprudenza». Ora il caso si sposta in Appello.
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