Bimba morta, la Asl paga 872mila euro

27 Giugno 2020

Dopo 12 anni e l’assoluzione della pediatra finisce la causa civile. Il giudice: «Con una diagnosi precoce si poteva salvare».

TERAMO. Dopo 12 anni c’è una sentenza a dire che la vita di Maria Teresa non doveva finire così. Lo ha stabilito il tribunale civile che ha condannato la Asl di Teramo a risarcire i genitori con 872mila euro. Perché come spesso succede nei tribunali le vite degli altri diventano storie giudiziarie che camminano su strade parallele che a volte si sfiorano, a volte si sovrappongono, confliggono nelle valutazioni e nei giudizi. Come per Maria Teresa Nallira, morta nel 2008 a 6 anni stroncata da una leucemia linfoblastica acuta diagnosticata in ritardo. La pediatra ospedaliera che in quei giorni si occupò della piccola è stata condannata in primo grado e assolta in appello. Il ricorso presentato in Cassazione dai familiari della piccola è stato dichiarato inammissibile e la sentenza è passata in giudicato. È rimasta in piedi la causa civile (con i familiari sempre assistiti dall’avvocato Vincenzo Di Gialluca) avviata dopo un procedimento di mediazione cui l’azienda sanitaria non si è presentata e conclusa dopo otto anni .
Scrive il giudice Silvia Fanesi nelle 31 pagine in merito alla valutazione del nesso causale in sede civile: «Nel processo civile vige la regola della preponderanza all’evidenza o “del più probabile che non”, mentre nel processo penale vige la regola della prova “oltre il ragionevole dubbio”». Secondo la consulenza tecnica d’ufficio del tribunale civile la piccola poteva salvarsi e su questo punto, in particolare, si legge a pagina 18 della sentenza: «Deve giungersi alla conclusione che l’iniziale errata diagnosi e il ritardo nel porre la diagnosi corretta abbiano determinato il decesso, nel senso che se la bambina fosse stata sottoposta con tempestività, al suo arrivo al pronto soccorso, ad esami di primo livello e se fosse stata effettuata la diagnosi corretta, avrebbe avuto buone possibilità di sopravvivenza, considerato che l’ausiliare del giudice ha evidenziato come, in relazione alla patologia in esame, la sopravvivenza a 5 anni sia notevolmente migliorata negli ultimi anni in tutti i sottogruppi, raggiungendo il 90,4% e come le cause della morte siano essenzialmente legate alla recidiva della malattia». E specifica: «È possibile ritenere accertato che il ritardo diagnostico ha determinato, con elevata probabilità, la morte della piccola». La bambina, dopo due accessi al pronto soccorso di Teramo e dimissioni, venne ricoverata e solo quando venne sottoposta a un primo prelievo che evidenziò valori altissimi dei globuli bianchi venne trasferita d ’urgenza nel reparto di ematologia dell’ospedale di Pescara con la Asl pescarese chiamata in causa da quella teramana. A questo proposito si legge nella sentenza: «Il trattamento diagnostico e terapeutico eseguito presso il nosocomio di Pescara in relazione alle condizioni della paziente al momento della sottoposizione alla cure è stato correttamente effetuato secondo le linee guida nazionali ed internazionali per il trattamento delle leucemie acute in età pediatrica». E conclude: «Nel valutare le posizioni di Onorio Nallira e Antonella Coruzzi (i genitori della piccola (ndr) occorre tener conto dello strettissimo legame che unisce il genitore al proprio figlio. Risulta del tutto evidente l’irreparabilità della distruzione di un sistema di vita basato sull’affettività, sulla condivisione, sulla quotidianità dei rapporti tra genitori e figlia, anche in considerazione della tenera età della bimba e della giovane età dei genitori».
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