Bomba in pizzeria, i pm: «Come la mafia»

20 Maggio 2020

Arrestati l’ex datore di lavoro, la compagna e un complice campano accusati di tentata estorsione e danneggiamento

ROSETO. È nell’aggravante contestato dalla Procura che l’attentato alla pizzeria Anima Concept di Roseto prende forma e sostanza: per i pm è stato un atto criminale in stile mafioso commissionato dal titolare di un’altra pizzeria arrestato con la compagna e un complice reclutato a Napoli. Alla base, secondo gli investigatori, quelle rivalità negli affari emerse dopo che alcuni suoi ex dipendenti si sono messi in proprio aprendo il locale Anima Concept. Dopo tre mesi di accertamenti serrati e scrupolosi dei carabinieri, con controlli su decine di telecamere e altrettante celle telefoniche, le tre ordinanze firmate dal gip dell’Aquila Stefano Iannacone hanno messo un primo punto fermo. Il gip ha accolto e condiviso le richieste dei due pm titolari del fascicolo giudiziario nato nella Procura teramana e ben presto passato alla distrettuale antimafia per competenza: si tratta dei sostituti procuratori Stefano Giovagnoni (per questa indagine applicato alla distrettuale) e David Mancini della Procura distrettuale del capoluogo.
All’alba di ieri sono stati arrestati Antonio Pascale, 36 anni, origini campane ma residente a Roseto (titolare dell’altra pizzeria) portato nel carcere di Castrogno; la sua compagna Sara Masone, 38enne rosetana a cui sono stati concessi i domiciliari (assistiti dagli avvocati Nello Di Sabatino e Antonio Valentini), e Salvatore Ricciardi, 38enne di Pomigliano d’Arco, portato nel carcere di Poggioreale. Secondo l’accusa i rosetani sarebbero i mandanti, mentre il terzo (già conosciuto alle forze dell’ordine soprattutto per i contatti con la malavita organizzata) l’esecutore materiale. I tre sono accusati in concorso di tentata estorsione mediante l’utilizzo del metodo mafioso (la Procura a questo proposito contesta il punto 1 del 416 bis del codice penale), il danneggiamento e la turbata libertà dell’industria e del commercio.
L’ordigno esplose all’alba del 5 febbraio davanti all’ingresso della cucina del locale che si trova sulla statale Adriatica. L’esplosione danneggiò le vetrate di due ingressi, oltre a un frigorifero che fece da scudo ad altre componenti della cucina, evitando conseguenze peggiori soprattutto per il resto della palazzina in cui si trova la pizzeria. Da subito i carabinieri della compagnia di Giulianova (diretta dal maggiore Vincenzo Marzo) e quelli della caserma di Roseto (guidata dal maresciallo Giuseppe Tarantino) hanno intuito che all’origine ci potessero essere dissapori maturati tra imprenditori concorrenti nel settore della ristorazione accertando precedenti minacce rivolte ai titolari della pizzeria presa di mira. È stato ricostruito che nella giornata del 3 febbraio, quindi due giorni prima dell’attentato, Pascale e la sua compagna si sono recati a Napoli dove hanno incontrato e reclutato Ricciardi, ritenuto dagli investigatori un esperto di esplosivi e con collegamenti negli ambienti malavitosi campani. Tra il 4 e il 5 i tre sono arrivati a Roseto: la coppia a bordo della sua auto e il terzo con la sua macchina con tanto di esplosivo. Quella mattina, accusano gli investigatori, tutti e tre si sarebbero recati in prossimità della pizzeria dove Ricciardi avrebbe posizionato e fatto esplodere la bomba. Successivamente sarebbe tornato a Napoli. Secondo l’accusa prima dell’attentato lo stesso Pascale, vantando presunte conoscenze con esponenti della malavita campana, avrebbe minacciato alcuni soci della pizzeria. Nei prossimi giorni i tre saranno interrogati.
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