Boss pentito: così organizzavo i traffici tra Napoli e Teramo

Il collaboratore di giustizia Carlo Oliva parla davanti ai giudici come testimone della Procura «Fuggito dalla guerra di Caivano, vivevo qui e facevo arrivare corrieri con auto piene di cocaina»
TERAMO. Parla in aula da pentito e racconta l’altra vita di Carlo Oliva. Quella del trentenne boss del clan camorristico La Montagna di Caivano, quella della guerra per la conquista del mercato della droga al Parco verde della cittadina napoletana, delle estorsioni, degli agguati, dei morti ammazzati, di storie vere che sembrano uscite dalle trame di “Gomorra”. Con la parentesi di quell’anno trascorso tra Alba Adriatica e Teramo «perchè ad un certo punto era meglio se non stavo a Caivano dove c’era la guerra». E così eccolo nel Teramano tra il 2011 e il 2012, pronto a far arrivare da Napoli chili di cocaina da vendere a Giuseppe Cacciapuoti, campano residente a Mosciano, a processo insieme ad altri due per un vasto giro di usura, estorsioni, rapine e spaccio. Ed è proprio in una delle udienze in corso per Cacciapuoti che l’attuale collaboratore di giustizia Carlo Oliva, oggi 38enne entrato nel programma di protezione con una nuova identità, racconta i suoi trascorsi teramani prima della latitanza culminata con l’arresto nell’aprile del 2013 a Caivano e del pentimento. Perchè a partire da una data l’esistenza vira, assume un’altra prospettiva.
I CHILI DI DROGA A TERAMO. Oliva parla in aula come teste citato dal pm Luca Sciarretta (titolare del fascicolo su Cacciapuoti e gli altri). Davanti ai giudici (collegio presieduto da Alessandro Iacoboni, a latere Francesca Avancini e Carla Fazzini) risponde alle domande del sostituto procuratore e mette in ordine i ricordi senza tralasciare particolari. «Io e Cacciapuoti ci siamo conosciuti nel carcere di Castrogno dove eravamo detenuti e dove io stavo finendo di scontare una delle mie condanne. Quando sono uscito sono tornato a Caivano per riprendere in mano il controllo dello spaccio al Parco verde. Un giorno mi ha chiamato Cacciapuoti e mi ha detto se potevo portare della cocaina a Teramo. Ho iniziato a mandare 200, 300 grammi alla volta con i corrieri che prendevano l’autobus da Napoli e arrivavano all’Aquila. Ad ogni corriere, tutta gente nostra, gli davo 2mila euro. Cacciapuoti pagava regolarmente, ci si poteva fidare, e la richiesta aumentava».
LE CASE AD ALBA E TERAMO. A Caivano la guerra tra clan impazza e così, per allontanarsi un pò, Oliva decide di trasferirsi nel Teramano. «Ho chiesto a Cacciapuoti di trovarmi casa», racconta ancora, «e lui ne ha trovata una ad Alba Adriatica. Mi sono sistemato e i pacchi di cocaina tra Napoli e il Teramano volavano. Da Caivano arrivavano corrieri che portavano fino a due chili di droga al mese. Arrivava nascosta nelle ruote di scorte delle auto, coperta dal caffè per non far sentire l’odore». Gira sempre armato Oliva. «Avevo una pistola P38 pronta all’uso che mi aveva dato Cacciapuoti», racconta, «perchè non sai mai chi puoi incontrare». Dopo Alba Oliva si trasferisce a Teramo. Va a vivere con una donna. «Un nome pulito a cui intestare casa e macchine» dice. Da Napoli continua a far arrivare corrieri con la cocaina. Droga -racconta Oliva- sempre destinata a Cacciapuoti che poi - dice ancora- la passava ai rom, la vendeva ad imprenditori, a spacciatori che facevano il giro dei locali. «Nella casa di Alba», dice, «ho ospitato anche i ragazzi di Giuliano fatti salire da Cacciapuoti per una rapina in banca». Nel 2012 il ritorno a Caivano. Poi la latitanza, l’arresto e la decisione di collaborare svelando le regole imposte dal boss Ciccarelli (che lui ed altri avrebbero voluto far uccidere), l’alleanza con il gruppo scissionista degli Abbinate-Abete-Notturno e altro. Dopo le parole di Oliva, in aula le dichiarazioni spontanee di Cacciapuoti che ha detto di averlo conosciuto in carcere ma di non aver avuto nessun tipo di rapporto con lui.
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