Braccio di ferro nella Fondazione Tercas

20 Giugno 2020

Il gruppo dell’ex presidente Salvatore attacca l’asse Gatti-Tancredi ma si cerca comunque un’intesa in extremis

TERAMO. Ultimo appello giovedì. Per la Fondazione Tercas sarà quello il giorno decisivo, in cui si riunirà il consiglio d'indirizzo allo scopo di evitare il commissariamento da parte del ministero delle Finanze. La seduta di ieri, per l’approvazione del bilancio e l’adeguamento alle prescrizioni ministeriali, tra cui quella che sancisce l’illegittimità del presidente al momento autosospeso Gianfranco Mancini, di fatto non è neppure iniziata. Formalmente non è stato possibile esaminare il documento contabile in quanto sono mancati i termini previsti tra il suo invio ai dieci consiglieri e la discussione con voto finale. In realtà l’appiglio procedurale serve a un estremo tentativo di mediazione per una tregua, se non un’improbabile pace, tra i due schieramenti che ormai da mesi si contrappongo all’interno del consiglio.
A rompere il silenzio, conclamando uno scontro finora mai esternato ufficialmente, sono i consiglieri che non hanno condiviso l’avvicendamento tra Mancini ed Enrica Salvatore avendolo ritenuto conseguenza di una forzatura politica riconducibile all’asse Paolo Tancredi-Paolo Gatti. «Abbiamo sempre operato nella massima correttezza accettando, nel rispetto delle regole della democrazia, il risultato di una votazione che decretava l'alternanza alla presidenza della Fondazione e assicurando un comportamento corretto e rispettoso alla nuova governance», affermano Attilio Danese, Tiziana Di Sante, Mauro Mattioli, Luca Scarpantoni e la stessa Salvataore, «non così i nostri interlocutori, con i quali per lungo tempo abbiamo condiviso unanimemente le scelte, i quali vedendo avvicinarsi la data per il rinnovo dei consiglieri del consiglio di amministrazione, hanno realizzato che il nuovo assetto li aveva privati della maggioranza necessaria a determinare le nuove nomine». Pur essendo dieci i consiglieri, infatti, il presidente non vota le deliberazioni e così il gruppo che ha eletto Mancini si è trovato in sostanziale minoranza. «La conseguente scelta strategica è stata quella di cercare di privare del voto alcuni di noi, contestando delibere note e condivise, votate all'unanimità ed alla presenza di un collegio dei revisori che nulla mai ha osservato», aggiungono i cinque membri del consiglio d’indirizzo, «la scelta preannunciata è stata quella di coprire di fango chi avesse osato opporsi ai diktat di una politica, una parte delle politica, incapace di rispettare l’autonomia della Fondazione e la libertà di pensiero e di coscienza». Il gruppo che ha eletto Mancini, insomma, avrebbe tentato di riprendersi la maggioranza con ulteriori forzature sia per le nomine di Cda e collegio dei revisori, agganciate al bilancio, sia per l’eventuale designazione alla presidenza di Tancredi. «Si è giocato a lungo su interpretazioni false o nel migliore dei casi ambigue, travisando date, cifre, ruoli», insistono i cinque, «tacendo invece sui comportamenti di chi non ha inteso fare un passo indietro, neanche di fronte ad una ormai incontestabile dichiarazione di illegittimità ed ha rifiutato qualsiasi tentativo di riportare la pace già offerta a fine aprile». Il riferimento è a Mancini che, sebbene sospeso dall’incarico di presidente, resta in consiglio come rappresentante della camera di commercio.
L’estremo tentativo di mediazione congelerebbe la sua posizione, che nell’interpretazione più restrittiva delle indicazioni ministeriali comporterebbe l’estromissione dal consiglio, con un’intesa bipartisan sulle nomine imminenti. «Una pace giusta», la definiscono i cinque consiglieri, «che tenesse conto della diversità delle idee, che onorasse, nell'individuare le nuove governance, competenze ed etica, senza consegnare la Fondazione Tercas ad una squallida logica spartitoria e ricompensatoria». La partita sulla presidenza slitterebbe cosi a novembre, quando sarà rinnovato gran parte del consiglio chiamato a eleggerla.
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