Camera di commercio L’Api: è da annullare la fusione con L’Aquila
Marcozzi: «La Corte costituzionale dichiara illegittima la legge di riordino, vanno fermate subito le procedure»
TERAMO. «Annullate la fusione con L’Aquila». È l’invito rivolto ai vertici della Camera di commercio teramana in una lettera che l’Api, l’associazione delle piccole e medie industrie, ha indirizzato a Giampiero Sardi, segretario generale della Cciaa di Teramo.
Nella lettera, firmata dal presidente provinciale dell’Api Alfonso Marcozzi, si fa riferimento alla recente sentenza «con cui la Corte costituzionale ha bocciato alcuni passaggi fondamentali della legge di riordino delle Camere di commercio. Dovrebbe scattare subito», scrive ancora Marcozzi, «lo stop ai motori della procedura di fusione. Negli ultimi giorni vi erano stati incontri per la designazione dei componenti per cui questa associazione, nel rispetto delle norme, ha firmato la richiesta di rinvio delle nuove elezioni».
L’Api rileva che i giudici della Consulta «hanno accolto in larga parte i ricorsi che erano stati presentati dalle Regioni Lombardia, Liguria, Toscana e Puglia. La Corte li ha riuniti ed esaminati insieme. Il primo concetto stabilito dalla Consulta in queste ore è che per la riforma delle Camere di commercio serve prima l’intesa in Conferenza Stato-Regioni. Perché è quello “il luogo idoneo di espressione della leale collaborazione”».
Nel dettaglio i giudici hanno dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 3, comma 4, del decreto legislativo 25 novembre 2016, n. 219 nella parte in cui stabilisce che il decreto del ministro dello Sviluppo Economico deve essere adottato «sentita la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano», anziché «previa intesa con detta Conferenza».
Insomma: secondo la Corte Costituzionale non basta che il decreto del ministro dello Sviluppo Economico per l’accorpamento degli enti camerali possa essere adottato “sentita” la Conferenza Stato-Regioni, ma solo “previa intesa” con la Stato-Regioni.
Marcozzi sottolinea: «Nella sentenza 261 della Corte costituzionale viene ribadito che le Camere di commercio sono enti ai quali competono compiti che devono essere uguali in tutta l’Italia. Perché rappresentano “i terminali di un sistema unico di dimensioni nazionali”. Non sono “un arcipelago di entità isolate”. Pertanto “esigono una disciplina omogenea in ambito nazionale”. Non solo. Viene rilevato che i compiti svolti dalle Camere di commercio sono riconducibili sia a competenze esclusive dello Stato, sia a competenze che sono per alcuni punti dello Stato e per altri punti delle Regioni».
E si arriva alla richiesta: «Orbene, vista la sentenza della Corte costituzionale, visto il decreto Calenda che di fatto attribuisce la sede principale a Teramo, questa associazione invita l’attuale giunta, seppur delegittimata nel presidente, e il consiglio camerale a rivedere le posizioni assurde messe in campo a tutt’oggi, al fine di preservare un presidio importante per questo territorio, rilevata la continua spoliazione in essere». Il riferimento alla giunta «delegittimata nel presidente» è legato a un vecchio cavallo di battaglia dell’Api, che ritiene l’attuale presidente della Camera di commercio teramana Gloriano Lanciotti «soggetto delegittimato per il numero di mandati svolti, incompatibili con la norma in materia».(red.te)
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