Capannone crollato, D’Eugenio e i tecnici pagheranno 5mila euro

17 Maggio 2019

Il giudice Conciatori ha riqualificato il reato in rovina di edifici e ammesso gli imputati all’oblazione Nel cedimento del tetto della Sval di Sant’Omero rimase ferito il proprietario, che è stato risarcito

TERAMO. È con la riqualificazione del reato da crollo di costruzioni a quello contravvenzionale di rovina di edifici, con la contestuale ammissione dei tre imputati all’ oblazione, pagando 5mila euro, che si è conclusa, ieri pomeriggio, l’udienza del processo in cui era attesa la sentenza per il cedimento, nel 2017, del tetto del capannone prefabbricato Sval di Sant’Omero. Processo che vede davanti al giudice Flavio Conciatori il 74enne imprenditore rosetano Alfonso D’Eugenio, nella sua veste di amministratore della Italprefabbricati, azienda leader del settore a livello nazionale (difeso dall’avvocato Fabrizio Acronzio), Roberto Pesce, 53 anni, nella veste di progettista della struttura prefabbricata e direttore dei lavori in stabilimento (difeso dall’avvocato Nicola Pisani) e Rossano Ruggieri, 63 anni, in qualità di collaudatore statico (difeso dall’avvocato Biagio Giancola).
Nel corso della requisitoria il pm di udienza Ugo Marini, che aveva espresso parere negativo alla riqualificazione del reato, ritenendo provate le accuse a carico degli imputati aveva chiesto la condanna a un anno per D’Eugenio, a un anno e quattro mesi per Pesce e a un anno e due mesi per Ruggieri per l’accusa di crollo di costruzioni e il non doversi procedere per remissione di querela per il reato, contestato sempre a tutti e tre gli imputati, di lesioni colpose. Nel cedimento del tetto era infatti rimasto ferito il proprietario della Sval, che dopo essere stato risarcito aveva ritirato la querela. Gli avvocati dei tre imputati, nel corso delle arringhe difensive, avevano contestato innanzitutto la configurabilità del reato di crollo, evidenziando come avessero ceduto «solo due tegoli» e come non vi fosse alcun pericolo per l’incolumità pubblica, visto che in quei giorni la zona era completamente deserta per via del maltempo, e sottolineato come le opere fossero state riedificate. Da qui la richiesta di assoluzione per gli imputati “perché il fatto non sussiste” e la richiesta, in subordine, della riqualificazione del reato con contestuale ammissione all’oblazione. Una richiesta, quest’ultima, accolta dal giudice che nell’ordinanza, sottolineando come le consulenze tecniche non abbiano rilevato alcuna compromissione delle parti strutturali dell’edificio o fenomeni di collasso, avendo il crollo interessato solo due strutture di tettoia, e come non possa ritenersi integrato il concetto di disastro previsto dal reato contestato agli imputati, lo ha riqualificato in rovina di edifici ammettendo gli imputati all’oblazione.
Imputati che adesso dovranno versare cinquemila euro ciascuno per accedere al beneficio prima della prossima udienza, fissata per il 23 maggio, nella quale sarà definito il procedimento.
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