Carbonizzato in A24: il caso viene riaperto con una super perizia

I giudici d’appello accolgono il ricorso della Procura dopo l’assoluzione dei tre imputati in primo grado
TERAMO. Nei giorni in cui la revoca della concessione autostradale al gruppo Toto scandisce il quotidiano, è un pronunciamento della Corte d’appello a riportare indietro il pendolo della cronaca sulla questione sicurezza dell’A24. Con i tempi lunghi dei procedimenti giudiziari.
I giudici di secondo grado (collegio presieduto da Armanda Servino) hanno accolto il ricorso della Procura teramana e riaperto il caso del camionista napoletano 45enne che dieci anni fa (era il maggio del 2012) morì carbonizzato mentre era alla guida di un Tir che si ribaltò e prese fuoco nel tratto teramano dell’A24, all’ingresso della galleria di Colledara.
I magistrati aquilani hanno disposto una super perizia per ricostruire la dinamica di quel drammatico incidente e stabilire se ci fossero state tutte le adeguate misure di sicurezza. Come perito è stato nominato l’ingegnere Gianluca Ciofani di Pescara e il conferimento dell’incarico avverrà il 30 settembre.
La Procura teramana (il pm titolare del fascicolo è Enrica Medori) aveva fatto ricorso in Appello per impugnare la sentenza di assoluzione pronunciata nel 2018 dal tribunale di Teramo al termine del processo per la morte del camionista Giovanni Di Natale. L’allora giudice monocratico Franco Tetto aveva assolto i tre imputati: Alessandro Di Matteo, all’epoca dei fatti legale rappresentante della ditta per cui lavorava l’uomo; Giovanni Senatore, all’epoca dei fatti responsabile della Motorizzazione civile di Napoli che il 12 maggio del 2012, pochi giorni prima dell’incidente, aveva effettuato la revisione dell’autocisterna e Igino Lai, all’epoca dei fatti direttore generale della Strada dei Parchi, finito a processo nella sua veste di funzionario responsabile della manutenzione e della predisposizione degli interventi di messa in sicurezza sul tratto autostradale in cui si verificò l’incidente.
I primi due furono assolti con la formula del fatto non sussiste, mentre il terzo perchè il fatto non costituisce reato. I familiari della vittima si erano costituiti parte civile, insieme all’associazione Vittime della strada, rappresentati dall’avvocato Gianni Falconi.
Di Natale morì carbonizzato nell’incidente, con il Tir che si ribaltò prendendo fuoco. Secondo la consulenza fatta fare all’epoca dalla Procura sul mezzo i freni del Tir non funzionavano adeguatamente e questo nonostante avessero superato la revisione fatta appena pochi giorni prima.
Inoltre, sempre secondo l’accusa della Procura, su quel tratto di autostrada non ci sarebbero state le adeguate misure di sicurezza. Così, a questo proposito, venne ricostruito nel capo d’imputazione: «Non sarebbero state predisposte rampe di arresto idonee a creare vie di fuga o di emergenza per i veicoli in difficoltà; rampe che avrebbero consentito al Di Natale di trovare riparo in esse così da evitare che il complesso veicolare da lui condotto una volta fuori controllo costituisse pericolo per la sua e l’altrui incolumità».
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