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1° agosto

1 Agosto 2026

Oggi, ma nel 1630, a Milano, in piazza Vetra, veniva eseguita da Giovanni Battista Visconti, capitano di Giustizia, la sentenza di condanna a morte, emessa il 25 luglio precedente dal Senato milanese, nei confronti di Gian Giacomo Mora, barbiere, e Guglielmo Piazza, pubblico commissario della Sanità, rei d’essere stati untori della pestilenza bubbonica che affliggeva il Ducato dal 1629 e che entro il 1631 farà fuori un milione di cittadini. Sotto il controllo del vicario di provvisione Francesco Landriani i due malcapitati, che verranno eternati nelle pagine del romanzo del 1840 “Storia della colonna infame” di Alessandro Manzoni, posti su un carro deputato al supplizio, venivano ripetutamente torturati. Mediante tenaglie arroventate, con l’asportazione delle dita, tramite l’amputazione della mano destra, con la rottura delle ossa delle braccia e delle gambe, attraverso il patimento della ruota.

La feroce procedura durava sei ore e prevedeva l’esposizione al pubblico ludibrio. Dopo tali tormenti i relitti umani venivano finiti mediante sgozzamento. Quindi i cadaveri bruciati e le ceneri disperse nel canale artificiale che dava il nome allo slargo. Verosimilmente era stata Caterina Trocazzani Rosa, popolana, il 21 giugno di quel 1630, a rivelare che l’unguento medicamentoso messo a punto dal figaro e acquistato anche da Piazza -che per via della sua incombenza si riteneva particolarmente esposto al rischio di contagio- fosse sospetto. E presumibilmente preparato con ingredienti di dubbia liceità. Addirittura malefici. Il componente più equivoco fu ritenuto quello etichettato nei documenti d’accusa che avevano condotto il parrucchiere-guaritore alla pena capitale mediante martirio come “Smoiazzo di morto”. Piazza, invece, sarebbe stato reo d’aver diffuso il morbo, mediante il pestifero preparato, dietro lauto compenso.

L’abitazione con annessa bottega dell’acconciatore-cerusico verrà distrutta. Al suo posto verrà eretta la colonna commemorativa, quella che ispirerà il titolo dell’opera di Don Lisander (nella foto, particolare, l’illustrazione del torinese Francesco Gonin per l’edizione “quarantana”), che resisterà fino al 25 agosto 1778, quando verrà abbattuta. In concomitanza della ricorrenza del principio d’agosto 2005, in quell’iconico luogo, verrà apposta la targa con la quale l’amministrazione municipale meneghina, guidata dal primo cittadino Gabriele Albertini, chiederà perdono per tale gesto. Tanto crudele quanto basato su accuse infondate, frutto d’oscurantismo, fatte confermare mediante confessioni estorte con sevizie. Tutta l’amara vicenda verrà raccontata nel volume di Mauro Colombo, che sarà intitolato “Gian Giacomo Mora, il barbiere milanese della peste manzoniana”, che sarà dato alle stampe dalla casa editrice del capoluogo lombardo Ledizioni, nel 2019.