Carne a rischio, a giudizio due commercianti e un veterinario della Asl

Il giudice manda i tre a processo, le accuse contestate dalla Procura vanno dalla contraffazione alla frode fino alla falsità ideologica
TERAMO. Sarà un processo ad accertare la verità giudiziaria su un presunto commercio di pecore e capre immesse sul mercato senza le dovute certificazioni sanitarie (questa l’accusa della Procura). Così ha deciso il gup Marco Procaccini che ieri, al termine dell’udienza preliminare, ha rinviato a giudizio Paolo Ceci, legale rappresentante della società finita sotto inchiesta, il dipendente Dino Ruggieri e il veterinario della Asl e direttore del servizio veterinario dell’area B Rolando Piccioni. La prima udienza del processo è stata fissata per il 10 gennaio davanti al tribunale. In apertura di udienza gli avvocati difensori hanno sollevato delle eccezioni respinte dal giudice (collegio difensivo composto dagli avvocati Gennaro Lettieri, Alberto Magnanimi e Oreste Terracini Bisazza). Va detto che il tribunale del Riesame, all’epoca, ha annullato sia l’ordinanza di arresti domiciliari a carico Ruggieri sia l’ordinanza di divieto di dimora per Piccioni. Per Ceci il Riesame aveva invece disposto la sostituzione degli arresti domiciliari con una misura interdittiva dell’attività professionale (misura non più in vigore). L’inchiesta che ha visto i due privati e il veterinario della Asl finire nel registro degli indagati è quella aperta dal pm Davide Rosati su un presunto commercio di carne adulterata. I fatti contestati risalgono al periodo tra il 2016 e il 2017 e le indagini, delegate ai militari del Nas guidati dal maggiore Domenico Candelli, avrebbero fatto emergere delle irregolarità. A Ruggieri e Ceci, così come si legge negli atti giudiziari, vengono contestati reati che vanno dall’adulterazione di sostanze alimentari alla frode, dai falsi al commercio di sostanze alimentari nocive per aver messo in commercio, secondo l’accusa, carni provenienti da animali non correttamente identificati e differenti per origine e provenienza rispetto a quanto certificato. Al veterinario il pm contesta la falsità ideologica, l’omissione di atti d’ufficio e il favoreggiamento personale. Accuse, quelle della Procura, che ora dovranno essere provate nel corso del dibattimento.(d.p.)
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