Carte di credito clonate, nove arresti

19 Febbraio 2015

Ai domiciliari il presidente dell’Anmil e alcuni imprenditori teramani. I codici clonati all’estero, truffati stranieri

TERAMO. Per ora ci sono le accuse della procura distrettuale antimafia dell’Aquila che, a conclusione dell’indagine della polizia, chiede ed ottiene 10 misure di custodia cautelare e sgomina quella che, negli atti, definisce un’organizzazione criminale specializzata nella clonazione dei codici delle carte di credito.

I 9 arrestati (uno è ricercato) sono imprenditori teramani, un gestore di night club, pensionati: tutti, secondo l’accusa del pm David Mancini con un ruolo ben preciso nell’organizzazione al cui vertice c’era un cittadino pakistano che, grazie a dei connazionali complici, riusciva ad avere i codici clonati prevalentamente nel suo Paese. Codici – carpiti a cittadini americani, australiani e indiani da cui sono partite le denunce – che venivano poi usati per fare acquisti di vario genere. Per l’accusa un danno economico ai vari circuiti bancari stimabile in oltre 500mila euro.

I destinatari delle ordinanze (firmate dal gip Giuseppe Romano Gargarella) sono il 65enne teramano Nicola Marcozzi, presidente regionale dell’Anmil (coinvolto non in questa veste ma come semplice cittadino), gli imprenditori Carlo Bruni, 53 anni, di Alba Adriatica, gestore dello stabilimento balneare “Calypso”; Mauro Bottini, 49 anni, di Teramo; Graziano Vagnoni, 45 anni, residente a San Benedetto ma molto conosciuto a Martinsicuro (tutti ai domiciliari); Fabio Romolo, 36 anni, di Alba Adriatica, gestore di un night club (in carcere) e la sua compagna Alona Osipova, moldava, 34 anni (ai domiciliari); Franco Di Nicola, 43 anni, residente a Montorio (ai domiciliari); Ionel Ovidiu Marcu Malain, 30 anni, romeno (ai domiciliari) e Adeel Farooq, 31 anni, pakistano (in carcere). Per tutti l’accusa è quella di associazione a delinquere finalizzata all’utilizzo di codici di carte di credito clonati, ricettazione e accesso abusivo a sistemi informatici (il reato che ha fatto scattare la competenza della procura distrettuale) con l’aggravante della transnazionalità messa in capo dal pm proprio per sottolineare la portata internazionale dell’associazione

Secondo l’accusa era Farooq il capo dell’organizzazione: grazie ai contatti in Pakistan procurava i codici che clonati venivano divulgati agli altri i quali li avrebbero usati per acquistare articoli di ogni genere, dai capi d’abbigliamento agli elettrodomestici per finire ai rifornimenti di carburante, per poi rivenderli in parte a prezzi vantaggiosi ai privati.

Dopo la prima fase, cioè quella del reperimento dei codici clonati, per l’accusa c’era un secondo momento: quello in cui i componenti dell’associazione, senza ricorrere ad azioni di ricettazione dei beni fraudolentemente acquisiti, si rivolgevano ad alcuni titolari di attività commerciali compiacenti per ottenere un vantaggio economico immediato dall’utilizzo dei codici illegalmente carpiti, dividendo gli introiti con gli stessi, senza in realtà consegnare la merce.

Le indagini sono state portate avanti dalla polizia postale (agli ordini del dirigente del compartimento regionale Elisabetta Narciso) e dalla squadra mobile (agli ordini di gennaro Capasso). Nel corso della conferenza stampa, a cui ha partecipato anche il capo di gabinetto Mimmo De Carolis, è stata sottolineata la capillarità delle indagini portate avanti con intercettazioni ambienatli e telefoniche (ne sono state fatte più di 200mila) e con l’acquisizione di filmati dei sistemi di videosorveglianza. Nei prossimi giorni gli arrestati saranno sottoposti agli interrogatori di garanzia. Dice l’avvocato Tiziano Rossoli, difensore di Bruni e Malain: «Attendiamo di conoscere il carteggio probatorio della procura per decidere la migliore linea difensiva da adottare».(d.p.)

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